domenica 26 settembre 2021

Alieni brucia cervello di Eleonora Satta

 

La prima volta in tutta la sua vita che si trova in una stanza come quella stanza.
Tutto bianco, tutto freddo, a parte la temperatura dell’ambiente, da soffocare.
Dipende dall’emozione che sento? Paura condita con ansia e un senso di profondo disagio? Oppure il termostato veniva bloccato sui quaranta gradi?
Non vuole ammettere a sé stesso che si possono avere delle fragilità. Come tutti.
Il pensiero aumenta l’ansia.
Rumori ovattati e quasi inesistenti a parte ogni tanto il gracchiare di un altoparlante che chiama nomi: «Il dottor Corbelletti in astanteria, grazie.»
«Il dottor Mazinghi al Pronto Soccorso.»
«La dottoressa Lavinda al Triage! Con urgenza!» Tizio vada di qua, Caio si rechi di là.
È il 28 Dicembre 2034. Ho mangiato troppo per le feste? Ma dai, non credo.
Sdraiato su un lettino duro come il marmo e scomodo come quello dei fachiri, inizia a non sentire più il caldo soffocante. Sta nella medesima posizione da ore. La mancanza di movimento fa entrare ghiaccio a cubetti nelle vene e in tutta la circolazione sanguigna. Gli occhi puntati al soffitto, faretti come stalattiti, puntati nelle sue pupille lo accecano, il corpo tenta di rilassarsi e ogni tanto delle piccole cascaggini di sonno allietano lo scorrere del tempo, ma la mente lo obbliga a risvegliarsi subito, con una scarica da 220 volts di paura. Quando si assopisce sogna il via vai al porto. Droni giganteschi che scaricano container, sopra la sua testa.
Disagio totale. Dolore ovunque adesso, all’arrivo aveva male solo al ventre, un terribile male. Ma come cavolo è possibile che una persona come lui si sia ridotta in quelle condizioni?
Sano, yoga, cibo controllato, niente alcool, integratori mattino pomeriggio e sera, le confezioni multicolori, un colore a specialità che garantiscono, nell’ordine: pelle meravigliosa, capelli folti e forti, circolazione senza grassi saturi a intasare le arterie, vista da poter vedere attraverso i muri di cemento, e ulteriore pilloletta per prestazioni sessuali da giovinotto, tutta naturale, eh…niente di chimico, tutto genuino e biologico, marchi famosi, gluten free.
Nonostante ciò, adesso si sente male.
Così male che è nell’unico posto dove non vuole entrare.
Per l’odore che emana, per prima cosa, un odore che fa girare la testa e provoca svenimenti.
Quante volte gli amici lo hanno preso in giro per le sue debolezze: «In famiglia ne soffriamo tutti!» si è sempre difeso così, con frustrazione.
«Si chiama Nosocomefobia» che a pronunciarlo gli si inceppa qualcosa in bocca e nel cervello. Ma fa un figurone con gli ignoranti che lo circondano. Dare significato reale al suo malore da ospedale, sostantivo femminile singolare, altisonante, vocabolario alla mano, diventa una giustificazione e una ragione inconfutabile.
«Buongiorno.» L’infermiera dalla sua posizione sembra ancora più alta, incute soggezione.
«Buongiorno.» Ripete a pappagallo Piero
Va dritta verso un tavolino e raduna con sicurezza poche cose: una cartelletta con penna, lo sfigmometro, il termometro e si appende al collo uno stetofonendoscopio dai riflessi rossi che le dà un tocco di raffinata eleganza. Neanche uno sguardo su Piero. Raccoglie il tutto e va verso il paziente che ha palpitazioni e pressione sopra ai livelli di guardia.
«Allora signor…signor?»
«Bachelozzi Piero»
«Anni?»
«56»
«Peso?»
«75»
Scrive la corazziera, mai un’occhiata al soggetto, il capo chino sulla cartelletta verde ramarro, espressione corrucciata e un forte odore di disinfettante.
«Altezza?»
Sono le misure per la bara?
Da un momento all’altro si aspetta la domanda:
«Che legno preferisce?»
«L’imbottitura?»
Risponde a tutto, per benino. vuole fare il diligente, forse lo trattano meglio con meno distacco, se fa il bravo.
«Dunque è qui per dolori al ventre!» Si volta e lo fissa dritto negli occhi.
La corazziera pare un alieno che con lo sguardo fulminante può perforare il cervello.
Ne parlano le migliori testate giornalistiche. Infiltrati nella popolazione alieni brucia-cervello.
Piero al pensiero ha una specie di mancamento, si sente andare via, sbianca, menomale che è sulla lettiga, cascare in terra non è una buona idea.
La corazziera non nota nulla o se nota qualcosa, fa finta di non notarlo. Vuole spicciarsi è a fine turno, e quello lì che è venuto per un banale mal di pancia, gli sta già sulle balle a prescindere. Finita la visita col sig. Bachelozzi è finito il lavoro di ieri e oggi, e sono 48 ore di astanteria del Pronto Soccorso del Triage dell’Ospedale e non è un alieno ma ci assomiglia molto.
«Cosa ha mangiato ieri sera, signor…?» Ha già dimenticato il nome.
Si infila i guanti di lattice, gli scopre la pancia come fare un trucco da prestigiatore, potrebbe dire “Voilà”, e nessuno avrebbe da protestare, al contrario ci starebbe bene. Inizia a palparlo e a infilare le mani un po’ dappertutto.
«Ba-che-lo-zzi, Signor Bachelozzi, cosa è l’ultima cosa che ha mangiato?»
Affonda le lunghe dita fra costole e fegato.
Gemito immediato di Piero che rimane per un momento senza fiato per poter rispondere pur sforzandosi di farlo subito, per evitare ritorsioni del corazziere e altre manovre dolorose, ma non gli esce neanche un alito dalla bocca e fatica a respirare.
«Le ho fatto COSI’ male?» Il COSI’ lo dice a denti stretti, Bachelozzi le sposta la mano da quel punto e biascica:
«SI’!» Prende fiato: «Mi ha fatto veramente male, e ho mangiato riso bollito, ieri sera.».
Ora è noto a tutti, che gli uomini in generale sono più noiosi delle donne in quanto a dolore, hanno una soglia debole, più bassa della donna. Già per questo motivo stanno sulle palle alla Corazziera. Ti farei rimanere in sala parto e in ostetricia, per farti vedere fino a che punto si può sopportare, invece di lamentarsi a ogni battito d’ali, caro omuncolo senza palle dei miei stivali! Per fortuna la Corazziera professional ha il sopravvento
«Ok, mi scusi, ma devo capire di cosa si tratta per poi decidere in che reparto mandarla e soprattutto da che medico farla visitare.» riprende il contegno, invece di strozzarlo.
«Sissì ho capito, ma questa è la visita medica?»
«Su Signor Piero» nel mentre lo ricopre veloce col lenzuolo di carta che fruscia come se stesse facendo un pacco regalo. «No, questa non è la visita! Adesso se ha un po’ di pazienza, - sono solo sei ore che aspetto! – dice la faccia di Bachelozzi Piero.
«Le chiamo il Dr Chiaroveggi, il gastroenterologo» sparisce dietro la porta a vetri bianco panna, verniciata da massimo una settimana, odore misto a quello di etere e alcol denaturato e brodo della mensa. Nausea senza fine.
Rimane lì.
Quanto tempo? Un’ora? Tutta la notte? Un giorno intero? Non lo sa perché si addormenta e perde ogni cognizione, le dita della Corazziera infilate nel fegato hanno annullato ogni altro dolore e anche la possibilità di ragionare. Così con questa sensazione “benefica” riesce a lasciarsi andare...
 
Lo risveglia, una seconda infermiera, piccola e cicciotta, riccioluta e a differenza della Corazziera, che si muove uso bradipo, veloce nei movimenti, troppo. Un topo di campagna.
Spinge la lettiga come un carrello della spesa in mano a un ragazzino di 15 anni che vuole fare la gimkana tra i banchi dell’Esselunga. Mancano le impennate che non osa fare per pudore.
Un attimo dopo la partenza della gimcana, dall’astanteria sono già in reparto di fronte alla porta dello studio di Chiaroveggi, che in quel momento si trova davanti al pannello luminoso: scruta come ipnotizzato una rx.
«Sig. Bachelini?»
«Bachelozzi»
«Ah scusi Bachelini, vede questa rx ci fa osservare il suo stomaco, ci sono delle strane e sconosciute anse e masse, e sa non vogliamo tirare a indovinare…»
Una carta geografica, insomma. Alture e dislivelli…
«MI chiamo Bachelozzi, forse la RX non è la mia?»
La figura, che dal dietro appare alta, esile e bianca nel camice candido, nel sentire queste poche parole (offensive?), rimane alta, ma si gonfia a dismisura e il bianco camice si trasforma in una cappa lunga e nera minacciosa e svolazzante. Si gira e il volto è arcigno, molte le rughe che contornano un naso aquilino e una bocca fine piccola e semiaperta.
«Sig. Ba-che-lo-zzi, SCHERZO! Vista la sua situazione critica, cerco di alleggerire il peso, lei non può permettersi di fare il puntiglioso, ma soprattutto lo spiritoso KAPISCE?»
«Scusi scusi …» si bagnò le labbra «pensavo che veramente non aveva capito il mio nome, con tutto quello che avete da lavorare, magari, si perde per un momento la memoria, si fa fatica a sentire e da lì per scambiare due rx può bastare un attimo» Balbettio pietoso e vittimistico.
«Quindi lei pensa che io sia sordo e inefficiente?»
Dei vapori solforosi avrebbero potuto uscirgli da sotto le scarpe e Piero non si sarebbe stupito, anzi si domanda come mai non riesce a vederli.
L’infermiera-topo che fino a quel punto era rimasta in ombra, si avvicina alla lettiga e quasi di nascosto da un pizzico nella coscia di Piero: «Via via, dottore, Bachelini (e rise) è molto che aspetta di poterla incontrare per sentire il suo parere…è solo un po’ impaziente!»
«BENE! Il mio parere è che dobbiamo fare ancora accertamenti e che il sig. Piero Bachelozzi non può ancora tornarsene a casa, quindi Sig.ra Poletti glielo affido, gli trovi un letto e se ne riparla domani»
 
Bachelozzi viene sistemato nella 402. Quarto piano, di un orrido palazzo alto e grigio, con finestre nerastre incastonate in ordine, ma sporche, sezione di Medicina- Protocollo Accertamenti. A quel punto disperato e depresso. Si rannicchia con le spalle al compagno di stanza, che però vuole assolutamente socializzare.
«Buongiorno! Mi chiamo Ardemio Lupi, finalmente un vicino di letto, mi annoiavo qui da solo. Lei deve essere il Sig. Bachelini Aldo, vero? Me lo ha detto l’infermiera, sa la piccoletta, la topolina. Mi ha detto che è qui per fare delle analisi.»
«Mi chiamo Piero, Bachelozzi Piero, sì sono qui per accertamenti.» Sospira forte, vuole urlare, ma non riesce e risospira e si arrende a tutto.
«Ma che bello anche io devo fare degli accertamenti, chissà che non ce li facciano fare insieme, così ci si tiene compagnia, possiamo incoraggiarci a vicenda, che gran fortuna!» Piero prova uno sforzo di vomito a tanta goliardia, ma si ricompone e socializza suo malgrado.
«Da quanto tempo è qui Sig. Lupi?»
«15 giorni»
«Ha fatto molte analisi?»
«Neanche una, sto aspettando il mio turno,»
«Neanche una…!?» È la seconda volta in 24 ore che gli manca il terreno sotto i piedi e che la fronte si imperla di sudore gelato come la morte.
«Sa è un periodo di epidemia e a noi ci lasciano per ultimi».
 
 
Per fortuna arriva la cena: due biscotti molli inzuppati nell’umido e un caffelatte pallido sapore di brodo di pollo rancido. Per finire. una mela mezza battuta. Piero è disperato.
 
Oramai sono Aldo, Bachelini Aldo, un’identità segreta? Si sente come uno 007 sfigato in missione nell’Ospedale, per scoprire trame segrete. Il mistero dell’endovena, Risonanza tragica, Vita ai raggi X!
Te la devi vivere così la malattia: da pazzo visionario, sennò è impossibile.
Finalmente dopo 15 giorni esatti dal ricovero, nutrito come un cane al canile, anzi peggio, un cane in un porcile, iniziano a rigirarlo come un calzino. Gli fanno tutto:
Gastroscopia
Rettoscopia
Ecografie
Uretrocistoscopia
Sangue
Urine
Risonanza
Tac, e tic e toc
Un pezzo di groviera ha meno buchi!
In tutto questo Ardemio lo sostiene, lo motiva, lo consola:
«Vai non è nulla, tanto ti addormentano…»
Questa la frase standard, così gli propinano anche delle anestesie assolutamente inutili, visto lo stato di tensione, che invece di addormentarlo, lo lasciano vigile, per cui Piero capisce tutto, ma ha il corpo che non risponde più, una testa umana pensante in un corpo di burattino. Ascolta discorsi terribili di donne squartate per la sperimentazione, di uomini a cui vengono innestati cheap nel cervello. Tutto per renderli indenni alle malattie, ma anche per avere un controllo quotidiano delle loro emozioni. Un film di fantascienza che nessuno ancora aveva girato, ma che adesso non era più film, ma realtà vera quotidiana.
Sul più bello, quando si può scoprire il piano per intero, come uno spot, un’interruzione pubblicitaria, arriva la Corazziera a incoraggiarlo:
«Aldo non faccia il bambino, cosa sarà mai un tubicino nel pisellino, toh ho fatto anche la rima!» Scopre così i 97 denti bianchi della sua boccona.
E pure la Poletti:
«Tiriamo su la manica a questo bel braccino che ora si fa un’endovenina e va tutto a posto. Solo un goccino di morfinalium e poi si sentirà un leone»
Come potesse il Morfinalium farlo sentire un leone, ce lo dovrebbero spiegare: era l’ultimo prodotto in commercio dove un alcaloide proveniente dall’oppio si univa amorevolmente con una benzodiazepina di antica concezione, ma pur sempre valida. Però il risultato finale dopo alcune gocce, o come in questo caso, sparato in vena, più che leone ti sentivi una biscia.
Lo trattano come un beota, come se non capisse la differenza fra Cenerentola e Biancaneve, lui non ce la fa più a reagire: che gli facessero pure di tutto, e in fretta e la sua mente cessasse di essere così libertina e analitica.
VOGLIO ANDARE A CASA, solo questo nella sua mente. Caratteri cubitali al neon.
Il giorno del responso poche ore dopo o forse tante ore dopo, arriva accompagnato dalla visita in corsia del dr. Chiaroveggi contornato da 15 specializzandi femmine, tutte tettone e culone, bisbiglianti, ma Pier-Aldo non sente e non vede null’altro che la faccia a punta del suo aguzzino.
Chiaroveggi ha in mano la solita cartelletta verde ramarro. Si sfila gli occhiali con un gesto plateale e con la stessa mano con cui tiene gli occhiali si gratta i sei capelli bisunti che ha sul cranio, a punta pure quello.
Il bisbiglio si ferma di colpo e lascia al medico lo spazio silenzioso per il proclama dell’anelato responso.
«Non ho buone notizie glielo dico subito. Però il quadro non è dei peggiori. E comunque ce la metteremo tutta per farla tornare a casa sano e felice.» Pausa con sorrisi vari di tettona 1 e tettona 2 che sono quelle al suo fianco, le altre hanno il capo chino per prendere appunti.
Pausa lunga per Pier-Aldo, forse avrebbe dovuto dire: «Mi dica Dottore…» Ma non ha la forza di dire nulla, sbianca, come al solito, ha la nausea come al solito, di sicuro dipende dal cibo orrendo e non da qualche male non identificato.
«Il primo intervento è fra una settimana: - continua il chirurgo - tocca all’intestino, una roba veloce in anestesia loco-regionale, su forza non faccia quel visino spaurito. È tutto a posto, vedrà poi si sentirà un altro»
E senza dire né ai né bai, volta il secco sedere verso la porta e con lui i 15 culoni e sparisce oltre il corridoio.
«Sì okay, va bene, ma che cosa ho?»
«Che domande che fa, Aldo lei si deve fidare di più del suo medico, se dice che va operato, va operato, pensa di saperne più lei?» La Corazziera fa come Chiaroveggi volta l’alto sedere quasi piano attico e se ne va. E con lui la voce in dissolvenza.
«Sussù, poi starà meglio…» La Poletti va dietro alla Corazziera e Chiaroveggi
«Dai, ma di cosa ti preoccupi?» dice Lupi da sotto il casco dell’ossigeno, che ha voluto provare a tutti i costi, mentre per colpa della saturazione azzerata, sviene.
 
Fra una settimana operato, non sa di cosa, non sa dove, non sa perché. L’ansia lo devasta.
Decide di scappare.
Non è difficile: all’ora del passo c’è una gran confusione e il personale ne approfitta per defilarsi a bere un caffè. Lupi sta provando con estremo interesse una flebo di morfina per cui è nel suo mondo. Corazziera ha il giorno libero, Poletti in riunione con l’equipe medica.
Pier deciso va in bagno, quello comune, portandosi dietro i vestiti civili, come un militare in missione segreta, come i Blues Brothers in missione per conto di Dio, come 007 Dalla Russia con amore, si infila i vestiti spiegazzati sul pigiama sgualcito. Con nonchalance prende la direzione dell’ingresso al piano terra. Ascensore, pieno di folla con fiori e regalini vari, poi corridoio fino all’enorme porta a vetri dell’Entrata.
Si scontra nella fretta con una guardia, quelle che all’ingresso misurano la temperatura e indicano il gel:
«LEI?» la Guardia lo blocca e gli fa l’rx virtuale, tanto in voga in quel periodo, soprattutto per recuperare i chip.
«Buongiorno, sì, scusi, ero in visita da un parente alla lontana…»
«Mi favorisca suoi documenti e nome della persona che è andato a trovare»
«Subito.» Fruga nella giacca e tira fuori una stropicciata carta d’identità
«Piero Bachelozzi, bene e da chi è andato?»
«Aldo Bachelini»
«Quarto piano, Medicina generale, adesso può uscire, l’ho cancellata.» Rimette in tasca il mini tablet.
Così come infilarsi una supposta, Piero è libero e respira a pieni polmoni la frizzante aria natalizia, guardingo e ancora per niente tranquillo. Nonostante ciò il cervello riprende la consueta padronanza e sforna pensieri seguiti da un’azione immediata: riesce a recuperare la macchina al parcheggio dell’Ospedale, tappezzata di volantini di vari mercati e offerte, sotto ai tergicristalli. Quindici giorni che l’auto staziona  nel parcheggio fangoso dove gli zingari chiedono la questua se vuoi lasciare l’auto nel territorio che reputano loro. Fa una raccolta sommaria, schiaffa tutto sul sedile posteriore
Li leggerò in un altro momento.
Aldo Bachelini alias Piero cerca in tasca qualche spicciolo per pagare quello che c’è da pagare, è in questo momento che appare la zingara, mole enorme, gonnellone, ingioiellata, tintinnante ad ogni movimento, uscita dal nulla. Ci mancava pure la zingarona che odora di legna bruciata stantia.
Non lo molla fino a che lui non si fa leggere la mano.
Gliela afferra con forza. Stringe il palmo rovesciato con una mano e con l’altra gli fa il solletico seguendo le linee col ditone indice, inanellato, che all’apice ha un’unghia lunga e sudicia come il parcheggio.
«Tu avrai bela aventura, amico. Stai attento a quello di mangiare. Tuta salute se tu vuoli. Tuto dipende sempre da noi. Anche l’ammori può andare lontano. Forse franciose. Sissì meglio tu vai Franza subito. Parti ora.»
Mentre una mano stringe sempre quella di Piero, l’altra che lo solleticava ora mostra il palmo sudicio:
«Sono 50 per parcheggio e regalo sconto lettu manu»
«Cavolo 50?» Protesta, ma subito paga visto che altri due zingari si avvicinano e lo guardano come rottweiler davanti al Bianconiglio, di sbieco, leccandosi i baffi e denti in bella mostra, tutti d’oro.
Entra in fretta in auto e mette in moto la vecchia Maggiolina. Si infila nel traffico confuso intorno all’Ospedale mimetizzandosi come un camaleonte per poi finalmente sfrecciare in Superstrada. Giusto una pausa per fare il pieno.
«Vado in Francia.»
Parla a voce alta, da solo:
«Tanto non mi aspetta nessuno per cena.»
 
«Allons enfant de la Patriiiiiie, le jour de gloire est arrivé!»
Canta a squarciagola, immettendosi nel traffico fino a sparire in mezzo a tante Maggioline come la sua.
La libertà è il nostro dono più grande, ma se non siamo sani, non siamo liberi! È l’ultimo pensiero prima di imboccare l’autostrada, poi accende la radio, scansa due notiziari apocalittici, grida a sé stesso «La vita è bella!» e infila un cd: Thick as a Brick, lo ascolta fino alla noia, fingendosi flautista come Ian Anderson.
ALIENUCCIO BRUCIACERVELLLOOOOOO, PRRRRRRRRR



 
 
 
 
 

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