mercoledì 29 settembre 2021

Irina di Eleonora Satta

 

Era lì, in cucina, come tutte le sere (e le mattine) puliva verdure, erano lessate al piatto per fare sì che non si spappolassero totalmente. Lei le mondava, le spezzettava, le divideva in porzioni da quattrocento grammi, confezionandole in piccoli box trasparenti di plastica dal coperchio fucsia.

Le mani umidicce, verdi di clorofilla, odori forti e pungenti sotto al suo naso, dal contenitore della spazzatura messo lì sul tavolo per facilitare la pulitura.
Rifletteva, Irina.
Una giornata pesante, piena di input negativi. Irina aveva cercato in ogni modo di vedere il bicchiere mezzo pieno, ma stavolta proprio non le era riuscito, se quello era il suo bicchiere era in uno stato! Aveva il fondo pieno di buchi. Uno scolapasta, più che un bicchiere
Gli input negativi andavano avanti da un bel po’. Non le davano pace, non si riusciva mai a firmare un armistizio, quando credeva di averlo siglato due secondi dopo accadeva qualcosa, che ne so, acqua bollente rovesciata addosso, storta alla caviglia, bolletta del gas con conguaglio, arrivo del vicino antipatico dopo mesi che non veniva a controllare il suo rudere.
Lo so sembrano sciocchezze ma messe insieme all’isolamento, alla mancanza di soldi, agli anni che incalzano, diventavano un fardello insopportabile, un elefante da portare in braccio in salita mentre piove e c’è il terremoto, in pratica.
Quindi mentre era lì con le verdure fra le mani, che era un po’ come vedere la sua vita totalmente smembrata, iniziò a pensare chi cavolo o cosa cavolo le aveva fatto decidere di scegliere quel percorso là. Perché sì, era dell’idea che le persone scelgono dove, come e con chi vogliono essere messe al mondo.
Irina aveva scelto un sentiero stretto, in salita, con il burrone di lato, quello destro quello che le dava vertigine, arrivava in cima a una montagna fredda e imperturbabile, dove sul cocuzzolo abitava un mostro gigantesco e cannibale. Ecco, questa la sua scelta. Sì il bicchiere era bucato e lei era una scriteriata senza cervello per avere scelto ciò che stava vivendo.
Allora che c’era di strano se le venivano in mente solo pensieri suicidi? Vedeva la morte come la fine di tutte le sofferenze, come un’isola di pace in mezzo al mare in tempesta.
Ci vuole coraggio o è un atto di codardia? Irina era sicura che ci volesse molto coraggio per decidere di mettere fine alla vita, perché si andava contro tutto ciò per il quale siamo programmati. Istinto di sopravvivenza viene chiamato. O istinto di resistenza? O istinto masochistico?
Iniziò a ragionare sui vari metodi suicidi, cercava di scartare i più cruenti, fantasticando su quelli più soft, pillole, gas, gettarsi in acque gelide. Quest’ultimo non era male, si ghiaccia tutto e muori in modo delicato, senza troppe sofferenze, dopo pochi secondi. Certo è che devi stare immobile. Se ti muovi produci calore e hai meno chance di farla finita.
Sentiva i commenti di chi avrebbe potuto ascoltarla in un pensiero di questo genere:
Ma cosa dici? Ma non ti vergogni? Non si fanno questi discorsi! La vita è un dono!
Stereotipi, credenze, banalità.
Decise che avrebbe lasciato qualche lettera a pochi amici, non tanto per spiegare, ma per salutare. Bisogna morire con educazione:

Caro Franco, mi dispiace non averti potuto salutare incontrandoti. Ma se ti avessi raccontato le mie intenzioni avresti fatto di tutto per negarmi questa libertà. Quei libri a cui tenevi te li lascio col cuore.
Franco avrebbe pianto, letto e riletto quelle poche righe, avrebbe accarezzato i libri.

Cara Alice, scusami. Lo so che ci tenevi a essere la mia unica confidente, ma stavolta non è stato possibile. Ho tenuto il segreto con tutti, non solo con te. Quindi non te la prendere. Sii felice! Ti lascio il mio computer con tutto ciò che contiene, che poi sono tutti i nostri ricordi.
Alice avrebbe digitato la password, che solo lei conosceva, e ogni foto le avrebbe strappato un sorriso col nodo alla gola.

Caro Michele, sarai felice, lo so. Non ce la facevi più a sopportarmi e a sopportare tutte le mie sfighe. Ogni volta, cioè tutti i giorni che mi accadeva qualcosa di pessimo, tu eri sempre lì ad ascoltarmi e a cercare di consolarmi. Un lavoro duro e faticoso. Adesso sereno, è finita, puoi rilassarti, ho risolto ogni problema. Come mio ricordo ti lascio i Ching, che ti facevo interpretare, anche se non ci capivi un tubo. Ma le tue profezie erano così ottimistiche che mi tiravano su il morale e ti sono grata di avermi sostenuto con tutte le tue forze.
Michele si sarebbe incazzato, si sarebbe sentito frustrato, avrebbe preso un bicchiere e una volta stappato il rum, ne avrebbe bevuto per due.

Irina, a mano a mano che metteva giù questi precisi pensieri si sentiva alleggerita, le sembrava già di essere morta e più moriva e più volava alta senza zavorra.

La morte è la vita, la vita è la morte. Ci si attacca con disperazione a questi quattro respiri in croce, vogliamo resistere a tutti i costi invece di abbandonarci, di lasciare, di non stare attaccati come cozze allo scoglio del vivere. Nessuno parla della morte come se fosse una cosa proibita, un tabù, un eremo inavvicinabile, un territorio inviolabile, un luogo vietato. Nessuno ne vuole sentire parlare come di un fatto natrurale, se lo fai vieni schernito, allora sei un depresso, curati!
È solo morte, gente.
Un respiro che si lascia andare e si perde nell’universo, una scarica elettrica che vagherà finché ne avrà desiderio per poi abbattersi al suolo e rigenerarsi in un soffio di vita, un attimo di materiale che termina in un eterno spirituale.
Irina era stanca di tutto questo demonizzare la morte.

Quante verdure aveva pulito? Tante. Quanti piccoli box trasparenti col tappo fucsia aveva riempito? Tanti.

Tutto questo darsi da fare, questo affannarsi a risolvere, capire, cambiare, dare, sognare, rimpiangere. Ma per cosa? Sempre per arrivare in fondo, lì a quel punto dove il cuore non batte più, la testa non pensa, il corpo si riduce in polvere.
Erano stati importanti gli incontri, le parole, i gesti, l’affetto.
Ma alla fine ognuno muore solo e nulla ha più valore.
Quindi la vita è l’autostrada per la morte.
E la morte?

"Sai che è sorte comune: ogni cosa vivente è dovuta alla morte, attraverso natura e eternità. "

Una mosca imbizzarrita, continuava a sbattere nella lampada accesa. Era già autunno, faceva buio prima, l’aria aveva rinfrescato, la mosca lo sentiva: era finito il suo tempo sul pianeta, qualcosa d’altro l’aspettava in qualche luogo diverso da quelli terreni. Per questo era imbizzarrita: non voleva morire. Sentiva di andarsene e non si rassegnava. Nessun essere vivente la accetta. Anche uno dei gatti preferiti di Irina non la voleva subire e piuttosto di morire rimase sveglio per lunghe notti, miagolando disperato, non capiva cosa gli stava accadendo, non riusciva più a tenere sotto controllo le zampe, il respiro, la vista, sbandava continuamente. Poi a un certo punto la morte sopraggiunse di soppiatto e lo prese.
Lui non rimase stupito, anzi a quel punto riuscì ad abbandonarsi, quasi gli svenne fra le braccia, come se avesse sempre avuto solo bisogno di un riposo completo come quello.

La mosca ha fatto lo stesso, fino a che si è lasciata andare fra le braccia della morte.

Nessuno ci può narrare cosa si sente, possiamo raccontare cosa si prova a dare la vita, ma non ricordiamo neanche cosa sentiamo quando si nasce… 

È tutto un mistero, un fatto incontrollabile.
È quello che ci disturba? Il non poterlo tenere d’occhio?
Ecco le verdure erano tutte al loro posto. Anche loro staccate dalle loro radici, avevano smesso di vivere. Un box sull’altro, impilato con ordine nel frigorifero.
Siamo sempre in contatto con la morte, ma non riusciamo a familiarizzarci, ci è sempre accanto, come la nostra ombra, la temiamo perché la intendiamo come fine di tutto. E forse lo è.
Nessuno è mai tornato indietro, quindi…O forse ritornano?

 E poi siamo così teneramente umani, fino al punto che Irina aprì la porta che dava sul giardino, era una serata d’inizio autunno, fresca, colorata d’oro e di rosso, ancora il verde degli alberi, ancora il canto delle rondini e tutto era di una bellezza da fare girare la testa, da ubriacare.

E Irina si ubriacò di tutto quel ben di dio, respirò a fondo, sorrise e disse a voce alta e profonda:
«La vita è un gioco! Andiamo a vedere dove ci porta questa strada, andiamo a vedere dove finirà. Voglio lasciarmi andare, non voglio più controllare, voglio abbandonare l’attaccamento.
In ogni caso voglio vivere fino in fondo. »






domenica 26 settembre 2021

Alieni brucia cervello di Eleonora Satta

 

La prima volta in tutta la sua vita che si trova in una stanza come quella stanza.
Tutto bianco, tutto freddo, a parte la temperatura dell’ambiente, da soffocare.
Dipende dall’emozione che sento? Paura condita con ansia e un senso di profondo disagio? Oppure il termostato veniva bloccato sui quaranta gradi?
Non vuole ammettere a sé stesso che si possono avere delle fragilità. Come tutti.
Il pensiero aumenta l’ansia.
Rumori ovattati e quasi inesistenti a parte ogni tanto il gracchiare di un altoparlante che chiama nomi: «Il dottor Corbelletti in astanteria, grazie.»
«Il dottor Mazinghi al Pronto Soccorso.»
«La dottoressa Lavinda al Triage! Con urgenza!» Tizio vada di qua, Caio si rechi di là.
È il 28 Dicembre 2034. Ho mangiato troppo per le feste? Ma dai, non credo.
Sdraiato su un lettino duro come il marmo e scomodo come quello dei fachiri, inizia a non sentire più il caldo soffocante. Sta nella medesima posizione da ore. La mancanza di movimento fa entrare ghiaccio a cubetti nelle vene e in tutta la circolazione sanguigna. Gli occhi puntati al soffitto, faretti come stalattiti, puntati nelle sue pupille lo accecano, il corpo tenta di rilassarsi e ogni tanto delle piccole cascaggini di sonno allietano lo scorrere del tempo, ma la mente lo obbliga a risvegliarsi subito, con una scarica da 220 volts di paura. Quando si assopisce sogna il via vai al porto. Droni giganteschi che scaricano container, sopra la sua testa.
Disagio totale. Dolore ovunque adesso, all’arrivo aveva male solo al ventre, un terribile male. Ma come cavolo è possibile che una persona come lui si sia ridotta in quelle condizioni?
Sano, yoga, cibo controllato, niente alcool, integratori mattino pomeriggio e sera, le confezioni multicolori, un colore a specialità che garantiscono, nell’ordine: pelle meravigliosa, capelli folti e forti, circolazione senza grassi saturi a intasare le arterie, vista da poter vedere attraverso i muri di cemento, e ulteriore pilloletta per prestazioni sessuali da giovinotto, tutta naturale, eh…niente di chimico, tutto genuino e biologico, marchi famosi, gluten free.
Nonostante ciò, adesso si sente male.
Così male che è nell’unico posto dove non vuole entrare.
Per l’odore che emana, per prima cosa, un odore che fa girare la testa e provoca svenimenti.
Quante volte gli amici lo hanno preso in giro per le sue debolezze: «In famiglia ne soffriamo tutti!» si è sempre difeso così, con frustrazione.
«Si chiama Nosocomefobia» che a pronunciarlo gli si inceppa qualcosa in bocca e nel cervello. Ma fa un figurone con gli ignoranti che lo circondano. Dare significato reale al suo malore da ospedale, sostantivo femminile singolare, altisonante, vocabolario alla mano, diventa una giustificazione e una ragione inconfutabile.
«Buongiorno.» L’infermiera dalla sua posizione sembra ancora più alta, incute soggezione.
«Buongiorno.» Ripete a pappagallo Piero
Va dritta verso un tavolino e raduna con sicurezza poche cose: una cartelletta con penna, lo sfigmometro, il termometro e si appende al collo uno stetofonendoscopio dai riflessi rossi che le dà un tocco di raffinata eleganza. Neanche uno sguardo su Piero. Raccoglie il tutto e va verso il paziente che ha palpitazioni e pressione sopra ai livelli di guardia.
«Allora signor…signor?»
«Bachelozzi Piero»
«Anni?»
«56»
«Peso?»
«75»
Scrive la corazziera, mai un’occhiata al soggetto, il capo chino sulla cartelletta verde ramarro, espressione corrucciata e un forte odore di disinfettante.
«Altezza?»
Sono le misure per la bara?
Da un momento all’altro si aspetta la domanda:
«Che legno preferisce?»
«L’imbottitura?»
Risponde a tutto, per benino. vuole fare il diligente, forse lo trattano meglio con meno distacco, se fa il bravo.
«Dunque è qui per dolori al ventre!» Si volta e lo fissa dritto negli occhi.
La corazziera pare un alieno che con lo sguardo fulminante può perforare il cervello.
Ne parlano le migliori testate giornalistiche. Infiltrati nella popolazione alieni brucia-cervello.
Piero al pensiero ha una specie di mancamento, si sente andare via, sbianca, menomale che è sulla lettiga, cascare in terra non è una buona idea.
La corazziera non nota nulla o se nota qualcosa, fa finta di non notarlo. Vuole spicciarsi è a fine turno, e quello lì che è venuto per un banale mal di pancia, gli sta già sulle balle a prescindere. Finita la visita col sig. Bachelozzi è finito il lavoro di ieri e oggi, e sono 48 ore di astanteria del Pronto Soccorso del Triage dell’Ospedale e non è un alieno ma ci assomiglia molto.
«Cosa ha mangiato ieri sera, signor…?» Ha già dimenticato il nome.
Si infila i guanti di lattice, gli scopre la pancia come fare un trucco da prestigiatore, potrebbe dire “Voilà”, e nessuno avrebbe da protestare, al contrario ci starebbe bene. Inizia a palparlo e a infilare le mani un po’ dappertutto.
«Ba-che-lo-zzi, Signor Bachelozzi, cosa è l’ultima cosa che ha mangiato?»
Affonda le lunghe dita fra costole e fegato.
Gemito immediato di Piero che rimane per un momento senza fiato per poter rispondere pur sforzandosi di farlo subito, per evitare ritorsioni del corazziere e altre manovre dolorose, ma non gli esce neanche un alito dalla bocca e fatica a respirare.
«Le ho fatto COSI’ male?» Il COSI’ lo dice a denti stretti, Bachelozzi le sposta la mano da quel punto e biascica:
«SI’!» Prende fiato: «Mi ha fatto veramente male, e ho mangiato riso bollito, ieri sera.».
Ora è noto a tutti, che gli uomini in generale sono più noiosi delle donne in quanto a dolore, hanno una soglia debole, più bassa della donna. Già per questo motivo stanno sulle palle alla Corazziera. Ti farei rimanere in sala parto e in ostetricia, per farti vedere fino a che punto si può sopportare, invece di lamentarsi a ogni battito d’ali, caro omuncolo senza palle dei miei stivali! Per fortuna la Corazziera professional ha il sopravvento
«Ok, mi scusi, ma devo capire di cosa si tratta per poi decidere in che reparto mandarla e soprattutto da che medico farla visitare.» riprende il contegno, invece di strozzarlo.
«Sissì ho capito, ma questa è la visita medica?»
«Su Signor Piero» nel mentre lo ricopre veloce col lenzuolo di carta che fruscia come se stesse facendo un pacco regalo. «No, questa non è la visita! Adesso se ha un po’ di pazienza, - sono solo sei ore che aspetto! – dice la faccia di Bachelozzi Piero.
«Le chiamo il Dr Chiaroveggi, il gastroenterologo» sparisce dietro la porta a vetri bianco panna, verniciata da massimo una settimana, odore misto a quello di etere e alcol denaturato e brodo della mensa. Nausea senza fine.
Rimane lì.
Quanto tempo? Un’ora? Tutta la notte? Un giorno intero? Non lo sa perché si addormenta e perde ogni cognizione, le dita della Corazziera infilate nel fegato hanno annullato ogni altro dolore e anche la possibilità di ragionare. Così con questa sensazione “benefica” riesce a lasciarsi andare...
 
Lo risveglia, una seconda infermiera, piccola e cicciotta, riccioluta e a differenza della Corazziera, che si muove uso bradipo, veloce nei movimenti, troppo. Un topo di campagna.
Spinge la lettiga come un carrello della spesa in mano a un ragazzino di 15 anni che vuole fare la gimkana tra i banchi dell’Esselunga. Mancano le impennate che non osa fare per pudore.
Un attimo dopo la partenza della gimcana, dall’astanteria sono già in reparto di fronte alla porta dello studio di Chiaroveggi, che in quel momento si trova davanti al pannello luminoso: scruta come ipnotizzato una rx.
«Sig. Bachelini?»
«Bachelozzi»
«Ah scusi Bachelini, vede questa rx ci fa osservare il suo stomaco, ci sono delle strane e sconosciute anse e masse, e sa non vogliamo tirare a indovinare…»
Una carta geografica, insomma. Alture e dislivelli…
«MI chiamo Bachelozzi, forse la RX non è la mia?»
La figura, che dal dietro appare alta, esile e bianca nel camice candido, nel sentire queste poche parole (offensive?), rimane alta, ma si gonfia a dismisura e il bianco camice si trasforma in una cappa lunga e nera minacciosa e svolazzante. Si gira e il volto è arcigno, molte le rughe che contornano un naso aquilino e una bocca fine piccola e semiaperta.
«Sig. Ba-che-lo-zzi, SCHERZO! Vista la sua situazione critica, cerco di alleggerire il peso, lei non può permettersi di fare il puntiglioso, ma soprattutto lo spiritoso KAPISCE?»
«Scusi scusi …» si bagnò le labbra «pensavo che veramente non aveva capito il mio nome, con tutto quello che avete da lavorare, magari, si perde per un momento la memoria, si fa fatica a sentire e da lì per scambiare due rx può bastare un attimo» Balbettio pietoso e vittimistico.
«Quindi lei pensa che io sia sordo e inefficiente?»
Dei vapori solforosi avrebbero potuto uscirgli da sotto le scarpe e Piero non si sarebbe stupito, anzi si domanda come mai non riesce a vederli.
L’infermiera-topo che fino a quel punto era rimasta in ombra, si avvicina alla lettiga e quasi di nascosto da un pizzico nella coscia di Piero: «Via via, dottore, Bachelini (e rise) è molto che aspetta di poterla incontrare per sentire il suo parere…è solo un po’ impaziente!»
«BENE! Il mio parere è che dobbiamo fare ancora accertamenti e che il sig. Piero Bachelozzi non può ancora tornarsene a casa, quindi Sig.ra Poletti glielo affido, gli trovi un letto e se ne riparla domani»
 
Bachelozzi viene sistemato nella 402. Quarto piano, di un orrido palazzo alto e grigio, con finestre nerastre incastonate in ordine, ma sporche, sezione di Medicina- Protocollo Accertamenti. A quel punto disperato e depresso. Si rannicchia con le spalle al compagno di stanza, che però vuole assolutamente socializzare.
«Buongiorno! Mi chiamo Ardemio Lupi, finalmente un vicino di letto, mi annoiavo qui da solo. Lei deve essere il Sig. Bachelini Aldo, vero? Me lo ha detto l’infermiera, sa la piccoletta, la topolina. Mi ha detto che è qui per fare delle analisi.»
«Mi chiamo Piero, Bachelozzi Piero, sì sono qui per accertamenti.» Sospira forte, vuole urlare, ma non riesce e risospira e si arrende a tutto.
«Ma che bello anche io devo fare degli accertamenti, chissà che non ce li facciano fare insieme, così ci si tiene compagnia, possiamo incoraggiarci a vicenda, che gran fortuna!» Piero prova uno sforzo di vomito a tanta goliardia, ma si ricompone e socializza suo malgrado.
«Da quanto tempo è qui Sig. Lupi?»
«15 giorni»
«Ha fatto molte analisi?»
«Neanche una, sto aspettando il mio turno,»
«Neanche una…!?» È la seconda volta in 24 ore che gli manca il terreno sotto i piedi e che la fronte si imperla di sudore gelato come la morte.
«Sa è un periodo di epidemia e a noi ci lasciano per ultimi».
 
 
Per fortuna arriva la cena: due biscotti molli inzuppati nell’umido e un caffelatte pallido sapore di brodo di pollo rancido. Per finire. una mela mezza battuta. Piero è disperato.
 
Oramai sono Aldo, Bachelini Aldo, un’identità segreta? Si sente come uno 007 sfigato in missione nell’Ospedale, per scoprire trame segrete. Il mistero dell’endovena, Risonanza tragica, Vita ai raggi X!
Te la devi vivere così la malattia: da pazzo visionario, sennò è impossibile.
Finalmente dopo 15 giorni esatti dal ricovero, nutrito come un cane al canile, anzi peggio, un cane in un porcile, iniziano a rigirarlo come un calzino. Gli fanno tutto:
Gastroscopia
Rettoscopia
Ecografie
Uretrocistoscopia
Sangue
Urine
Risonanza
Tac, e tic e toc
Un pezzo di groviera ha meno buchi!
In tutto questo Ardemio lo sostiene, lo motiva, lo consola:
«Vai non è nulla, tanto ti addormentano…»
Questa la frase standard, così gli propinano anche delle anestesie assolutamente inutili, visto lo stato di tensione, che invece di addormentarlo, lo lasciano vigile, per cui Piero capisce tutto, ma ha il corpo che non risponde più, una testa umana pensante in un corpo di burattino. Ascolta discorsi terribili di donne squartate per la sperimentazione, di uomini a cui vengono innestati cheap nel cervello. Tutto per renderli indenni alle malattie, ma anche per avere un controllo quotidiano delle loro emozioni. Un film di fantascienza che nessuno ancora aveva girato, ma che adesso non era più film, ma realtà vera quotidiana.
Sul più bello, quando si può scoprire il piano per intero, come uno spot, un’interruzione pubblicitaria, arriva la Corazziera a incoraggiarlo:
«Aldo non faccia il bambino, cosa sarà mai un tubicino nel pisellino, toh ho fatto anche la rima!» Scopre così i 97 denti bianchi della sua boccona.
E pure la Poletti:
«Tiriamo su la manica a questo bel braccino che ora si fa un’endovenina e va tutto a posto. Solo un goccino di morfinalium e poi si sentirà un leone»
Come potesse il Morfinalium farlo sentire un leone, ce lo dovrebbero spiegare: era l’ultimo prodotto in commercio dove un alcaloide proveniente dall’oppio si univa amorevolmente con una benzodiazepina di antica concezione, ma pur sempre valida. Però il risultato finale dopo alcune gocce, o come in questo caso, sparato in vena, più che leone ti sentivi una biscia.
Lo trattano come un beota, come se non capisse la differenza fra Cenerentola e Biancaneve, lui non ce la fa più a reagire: che gli facessero pure di tutto, e in fretta e la sua mente cessasse di essere così libertina e analitica.
VOGLIO ANDARE A CASA, solo questo nella sua mente. Caratteri cubitali al neon.
Il giorno del responso poche ore dopo o forse tante ore dopo, arriva accompagnato dalla visita in corsia del dr. Chiaroveggi contornato da 15 specializzandi femmine, tutte tettone e culone, bisbiglianti, ma Pier-Aldo non sente e non vede null’altro che la faccia a punta del suo aguzzino.
Chiaroveggi ha in mano la solita cartelletta verde ramarro. Si sfila gli occhiali con un gesto plateale e con la stessa mano con cui tiene gli occhiali si gratta i sei capelli bisunti che ha sul cranio, a punta pure quello.
Il bisbiglio si ferma di colpo e lascia al medico lo spazio silenzioso per il proclama dell’anelato responso.
«Non ho buone notizie glielo dico subito. Però il quadro non è dei peggiori. E comunque ce la metteremo tutta per farla tornare a casa sano e felice.» Pausa con sorrisi vari di tettona 1 e tettona 2 che sono quelle al suo fianco, le altre hanno il capo chino per prendere appunti.
Pausa lunga per Pier-Aldo, forse avrebbe dovuto dire: «Mi dica Dottore…» Ma non ha la forza di dire nulla, sbianca, come al solito, ha la nausea come al solito, di sicuro dipende dal cibo orrendo e non da qualche male non identificato.
«Il primo intervento è fra una settimana: - continua il chirurgo - tocca all’intestino, una roba veloce in anestesia loco-regionale, su forza non faccia quel visino spaurito. È tutto a posto, vedrà poi si sentirà un altro»
E senza dire né ai né bai, volta il secco sedere verso la porta e con lui i 15 culoni e sparisce oltre il corridoio.
«Sì okay, va bene, ma che cosa ho?»
«Che domande che fa, Aldo lei si deve fidare di più del suo medico, se dice che va operato, va operato, pensa di saperne più lei?» La Corazziera fa come Chiaroveggi volta l’alto sedere quasi piano attico e se ne va. E con lui la voce in dissolvenza.
«Sussù, poi starà meglio…» La Poletti va dietro alla Corazziera e Chiaroveggi
«Dai, ma di cosa ti preoccupi?» dice Lupi da sotto il casco dell’ossigeno, che ha voluto provare a tutti i costi, mentre per colpa della saturazione azzerata, sviene.
 
Fra una settimana operato, non sa di cosa, non sa dove, non sa perché. L’ansia lo devasta.
Decide di scappare.
Non è difficile: all’ora del passo c’è una gran confusione e il personale ne approfitta per defilarsi a bere un caffè. Lupi sta provando con estremo interesse una flebo di morfina per cui è nel suo mondo. Corazziera ha il giorno libero, Poletti in riunione con l’equipe medica.
Pier deciso va in bagno, quello comune, portandosi dietro i vestiti civili, come un militare in missione segreta, come i Blues Brothers in missione per conto di Dio, come 007 Dalla Russia con amore, si infila i vestiti spiegazzati sul pigiama sgualcito. Con nonchalance prende la direzione dell’ingresso al piano terra. Ascensore, pieno di folla con fiori e regalini vari, poi corridoio fino all’enorme porta a vetri dell’Entrata.
Si scontra nella fretta con una guardia, quelle che all’ingresso misurano la temperatura e indicano il gel:
«LEI?» la Guardia lo blocca e gli fa l’rx virtuale, tanto in voga in quel periodo, soprattutto per recuperare i chip.
«Buongiorno, sì, scusi, ero in visita da un parente alla lontana…»
«Mi favorisca suoi documenti e nome della persona che è andato a trovare»
«Subito.» Fruga nella giacca e tira fuori una stropicciata carta d’identità
«Piero Bachelozzi, bene e da chi è andato?»
«Aldo Bachelini»
«Quarto piano, Medicina generale, adesso può uscire, l’ho cancellata.» Rimette in tasca il mini tablet.
Così come infilarsi una supposta, Piero è libero e respira a pieni polmoni la frizzante aria natalizia, guardingo e ancora per niente tranquillo. Nonostante ciò il cervello riprende la consueta padronanza e sforna pensieri seguiti da un’azione immediata: riesce a recuperare la macchina al parcheggio dell’Ospedale, tappezzata di volantini di vari mercati e offerte, sotto ai tergicristalli. Quindici giorni che l’auto staziona  nel parcheggio fangoso dove gli zingari chiedono la questua se vuoi lasciare l’auto nel territorio che reputano loro. Fa una raccolta sommaria, schiaffa tutto sul sedile posteriore
Li leggerò in un altro momento.
Aldo Bachelini alias Piero cerca in tasca qualche spicciolo per pagare quello che c’è da pagare, è in questo momento che appare la zingara, mole enorme, gonnellone, ingioiellata, tintinnante ad ogni movimento, uscita dal nulla. Ci mancava pure la zingarona che odora di legna bruciata stantia.
Non lo molla fino a che lui non si fa leggere la mano.
Gliela afferra con forza. Stringe il palmo rovesciato con una mano e con l’altra gli fa il solletico seguendo le linee col ditone indice, inanellato, che all’apice ha un’unghia lunga e sudicia come il parcheggio.
«Tu avrai bela aventura, amico. Stai attento a quello di mangiare. Tuta salute se tu vuoli. Tuto dipende sempre da noi. Anche l’ammori può andare lontano. Forse franciose. Sissì meglio tu vai Franza subito. Parti ora.»
Mentre una mano stringe sempre quella di Piero, l’altra che lo solleticava ora mostra il palmo sudicio:
«Sono 50 per parcheggio e regalo sconto lettu manu»
«Cavolo 50?» Protesta, ma subito paga visto che altri due zingari si avvicinano e lo guardano come rottweiler davanti al Bianconiglio, di sbieco, leccandosi i baffi e denti in bella mostra, tutti d’oro.
Entra in fretta in auto e mette in moto la vecchia Maggiolina. Si infila nel traffico confuso intorno all’Ospedale mimetizzandosi come un camaleonte per poi finalmente sfrecciare in Superstrada. Giusto una pausa per fare il pieno.
«Vado in Francia.»
Parla a voce alta, da solo:
«Tanto non mi aspetta nessuno per cena.»
 
«Allons enfant de la Patriiiiiie, le jour de gloire est arrivé!»
Canta a squarciagola, immettendosi nel traffico fino a sparire in mezzo a tante Maggioline come la sua.
La libertà è il nostro dono più grande, ma se non siamo sani, non siamo liberi! È l’ultimo pensiero prima di imboccare l’autostrada, poi accende la radio, scansa due notiziari apocalittici, grida a sé stesso «La vita è bella!» e infila un cd: Thick as a Brick, lo ascolta fino alla noia, fingendosi flautista come Ian Anderson.
ALIENUCCIO BRUCIACERVELLLOOOOOO, PRRRRRRRRR



 
 
 
 
 

lunedì 20 settembre 2021

Le Torri Gemelle di Eleonora Satta

 

Milano è una di quelle città che ami o detesti. Nessuna sfumatura: o così, o cosà.
A Costanza è sempre piaciuta e tutte le volte che arriva alle porte della città e scorge il cartello bianco con le lettere nere “M I L A N O”, ha una forte emozione che parte dallo stomaco e va su verso il cuore. Un’emozione che le crea solo questa città, da sempre. Non dipende da quello che ci ha vissuto o da  ricordi particolari. Questo è l’"effetto Milano" per Costanza: una corrente elettrica che parte dal dentro ed esce fuori attraverso un sorriso di fronte a quel cartello stradala.
 È una mattina soleggiata di settembre, gli alberi del viale dove abita si stanno spogliando creando ai loro piedi un manto di foglie morbide e gialle, che impatta forte col colore della città: il grigio.
«Faranno rumore?», ma sa già la risposta: traffico mattutino e cantieri che iniziano alle 8 in punto a manifestarsi in tutto il loro sguaiato chiasso, non si potrebbe sentire neanche il passaggio di un aereo sulla testa dei tanti pedoni che contribuiscono alla confusione generale.
Una confusione che rende viva la città. Anche la confusione piace a Costanza. Si sente in compagnia!
Ha già chiuso la porta di casa a 4 mandate e pensa al suo ritorno:
«Cosa troverò stasera? Aggressioni? Urla? Di che umore sarà?»
Domande senza risposta almeno per le dodici ore successive, poi si vedrà. C’è un po’ di paura in questo pensiero, di insicurezza.
E intanto spalanca il grande portone di legno che si affaccia sul viale e la conduce fuori, dove tutto in apparenza è sereno, allegro, odore di carburante, odore del panettiere, odore del prestinée che insieme creano miscele pazzesche, alle quali si aggiunge il caffè dei bar.
«Chiusa una porta si apre un portone»

Un vento leggero e fresco si alza, accarezza i suoi pensieri, che se da un lato cercano di essere positivi e gioiosi, dall’altro sono sempre i soliti che vanno in looping da molti anni e la tengono immobile, incagliata ad uno scoglio appuntito. Un malessere generale.

La causa certa è un legame che non funziona che la costringe ad adeguarsi per paura di creare incomprensioni che si accatastano come container al porto, pesanti, inamovibili e uno sull’altro.
In questa gabbia che si è costruita e che si chiama matrimonio, di matrimonio c’è ben poco.
Costanza non è innamorata, ma spaventata e scambia lo spavento per attaccamento. Scambia le parole di lui per consigli e suggerimenti, dettate anche queste dall’amore, ma in realtà sono solo trappole per manipolarla, per possederla, per tirare calci alla sua già incrinata autostima.
È come camminare sulle uova ogni momento della sua vita, è avere terrore di dire una parola fuori luogo dietro l’altra, perché non va mai bene niente di quello che pensa e dice. Lui glielo sottolinea tutte le volte.

LUI ha un profilo narcisista, lei cade nel vittimismo con facilità. Un mix che potrebbe fare esplodere un grattacielo, sbriciolarlo.

Costanza resiste, come se glielo avesse ordinato il medico: «Signora, via, sopporti, cosa le costa? Vedrà che tutto si sistema. Ci vuole solo un po’ di pazienza e poi vedrà…» E intanto le prescrive l’antidepressivo che la farà sentire sempre più assente e robotica.
Adesso è sulla Metro, Linea Gialla. La folla che la riempie le piace, il contatto la fa sentire viva anche se la spingono a destra e manca non importa, c’è il tipo con le cuffiette che tenta di ballare e ogni tanto le da delle sederate, sorridendo. Lei accetta pur di  essere riconosciuta da uno sconosciuto, in quanto sua ballerina di quel momento.
È un’illusa Costanza, ma come lei ce ne sono migliaia, milioni, tante che credono che lui cambierà, che non le mortificherà mai più, che quando farà l’amore finalmente sarà per tutti e due e non solo un atto egoistico e delle volte violento. Povera illusa. Lui non cambierà, cercherà di ridurti al minimo indispensabile, ti coprirà di insulti ogni volta che ha voglia di farlo. Tu sarai sempre più un tappetino, uno scendi letto, uno stuoino. Da lì a farsi pestare è un attimo.

Costanza sa che deve fermare prima questo ingranaggio diabolico e che non c’è nessuna terapia di coppia che possa salvarla e salvare il suo matrimonio. E ci piange, si dispera perché quello è il suo uomo. Ma son solo stupide credenze che chissà da dove le arrivano.

È confusa e stanca. Già alle 8 di mattina. Che pesantezza.
Il mare di gente la trasporta fuori dalla Metro. Ed eccola che entra in un nuovo portone, scalone grigio e finalmente è al lavoro. Per quelle ore appenderà la sua angoscia come fa col cappotto freddo e sgualcito.
Ride con i colleghi, lavora con passione, si sente bene.
E sa benissimo che al di là di quel piccolo paradiso, il macigno che si porta sulle spalle se lo porterà per sempre, perché oramai ci si è abituata, la spaventa solo il pensiero di doverne fare a meno. Il macigno è una sicurezza, un punto fermo.

 Come un nastro che si riavvolge: di nuovo sulla metro. Torna a bomba, a casa.

«Chi cavolo troverò dietro la porta ad aspettarmi? No forse non mi aspetta proprio.»
Verrebbe da chiederle come fa a sopportare tutto questo, ma di sicuro si attaccherebbe a un sacco di scuse che sono lì pronte e che spesso le ha suggerito lui.
Le hanno insegnato che nella coppia si deve essere pazienti e contare fino a mille piuttosto che entrare in discussioni sterili. Lui cerca al contrario di trovare sempre il sistema per imbandirle sto cavolo di discussioni. A lui basta una parola per fargli partire l’embolo. Lei conta anche fino a diecimila.
Le pare di essere un eroe sul fronte pronta sempre al sacrificio. È così che le hanno insegnato: perché un matrimonio duri, ci vuole sa-cri-fi-cio.

Ecco, siamo davanti alla porta di casa, di nuovo, stavolta deve entrare, non sa cosa la aspetta. Trema, ma scaccia subito questa sensazione, si predispone al meglio, trucca il viso con uno splendido sorriso, e lo sguardo diventa amorevole. Ha le borse della spesa pesanti, perché ha comprato ogni tipo di prelibatezza per riuscire a ingolosirlo, per tenerlo buono.

Apre la porta e le luci sono tutte accese, danno quasi fastidio, il corridoio così illuminato pare di essere in questura, all’ospedale, ma non a casa.

Lui c’è.

Un’ ombra dietro la porta a vetri le chiede: «Dove sei stata fino a adesso?» La voce è già aggressiva. Neanche un saluto. Lui sa perfettamente dove è stata e perché fino a questa ora, lo sa, sono oramai dieci anni che lei fa sempre gli stessi orari. Ma ribadirlo, con quel tono è una ginnastica per tenerla sempre col fiato sospeso, sulla corda tesa a cinquanta metri da terra che lei deve attraversare per raggiungere un luogo sicuro, oppure cadere nel vuoto senza rete che la salvi.

Costanza si congela, sa che ha poche probabilità di non cadere nel vuoto, per cui rimane muta e cadaverica, non appoggia neanche le borse della spesa che sono pesanti dalle leccornie comprate per lui. Come di sale. La paura del proseguio di quella conversazione, le riempie gli occhi di lacrime.
Lui, che sa bene come avrebbe reagito, prende la porta e se ne va, sbattendola con forza come se fosse uno schiaffo per Costanza. Ha raggiunto il suo scopo, voleva uscire quella sera, con amici? Con amiche? Andare a fare baldoria? Non si sa, di sicuro non voleva stare con lei e non volendo discutere, questa è stata la soluzione più elementare. La miglior difesa è l’attacco e lui è un maestro in attacchi.

«Per fortuna domani sarà tutto passato…» Costanza si consola così.

Ingoia un sonnifero e mentre fa effetto pensa che la sua vita sarà sempre così, che non cambierà nulla, che lei non ce la farà a cambiare nulla. Si rannicchia come un feto e sguazza nel liquido amniotico gelato. Una culla vuota la sua, ma domani sarà tutto passato. Forse.

La notte lui non rientra, lei dorme a spot, e tutte le volte che apre gli occhi e tocca il posto vuoto accanto, le prende un’ansia incontenibile.
Di giorno, lui non chiama, la tiene in pugno. In castigo come se avesse fatto chissà cosa. La fa sentire in colpa. E Costanza è un fenomeno perché si sente in “colpissima”.
Lei a questo punto è veramente un morto che cammina.

Martedì,  oggi non lavora. Peccato l’avrebbe aiutata.

Si veste ed esce. Si tuffa di nuovo per strada, oggi è in apnea, Milano pare placarsi, meno gente, meno rumore, meno vita. E' anestetizzata.
Squilla il cellulare e lo cerca dentro la borsa come se avesse per le mani una bomba a mano senza la sicura. Ecco mi chiede scusa, lo so che mi ama Ma no non è lui, povera illusa. È Bruno dagli Stati Uniti. Il suo amico del cuore, guai se questa telefonata venisse scoperta.

 «Come stai Constance?»

«Bene, e tu? Che bello sentirti!»

«Anche io avevo proprio desiderio di sentire la mia amica»

«Quando vieni a Milano? Sai che per vedersi devo organizzarmi»

«Ma non hai letto i giornali?»

«No.»

«Le Torri gemelle Constance, due aerei le hanno fatte scoppiare, un sacco di morti, un disastro!»

 Due grattacieli che implodono nella sua testa. Cade tutto, come se intorno una scenografia si sbriciolasse, come se anche dentro di lei andasse tutto in frantumi.

La bomba è scoppiata.

L’11 settembre in apparenza una mattina come le altre, da lì è cambiato tutto.

Anche per Costanza.




 

 

martedì 14 settembre 2021

L'inquilino di Eleonora Satta

 

L’inquilino se ne va. Succede, soprattutto quando affitti un appartamento. Ne arriverà un altro penseranno i più. "Un altro" non è lui!

Come una persiana che sbatte per colpa del vento. questo il pensiero di Elisa,

Arriva e parcheggia. Apre lo sportello, esce dall’auto con due borsoni, un sorriso, un abbraccio. La avvolge con un metro e novanta di sé.

Non sarà un trasloco “normale”, un’altra persiana, un altro colpo di vento. Sarà un abbandono! E le persiane si spalancano insieme di botto, sbatacchiando sul muro bianco della casa.

La guarda e sorride:

«Salgo su a prendere un po’ di cose.»

Torna giù dopo poco con un quadro che Elisa riconosce subito: la sua più bella ed emblematica foto, quella attraverso la quale si sono conosciuti. Dove Elisa ha percepito dei mondi comuni.

Glielo porge:

«È per te! Un regalo! Per salutarci.»

 È un abbandono, l’avevo detto…

Mentre fa questo pensiero, tutti i peli delle braccia si alzano dritti, come fili d’erba quando esce il sole dopo il diluvio: sono brividi. Pare più un gatto incazzato,  non soffia e non proferisce un miagolio, ma è incazzato. Tutte le difese sono allarmate.

«Facciamo due chiacchere?» ha sempre il sorriso. Negli occhi, adesso

«Certo» risponde in un soffio Elisa.

Salgono su da lui.

«È ancora casa mia!» dice lui.

«Certo» risponde lei, e si stupisce di essere così tonta da non avere altri vocaboli a disposizione a parte "C e r t o".

Quel pomeriggio Elisa aveva una mezza idea di andare al mare, una vacanza minimale, ma che le ci voleva. Non  sa perché ha preferito trapiantare una rosa, quella rosa aveva bisogno di terra nuova, anche Elisa.

Così nell’afa di una domenica di settembre è rimasta a casa, senza aspettare la visita di alcuno.

Se fosse andata al mare non l’avrebbe incontrato, nessun sorriso, niente foto regalata, niente parole da ascoltare, Il nulla.

Vedi alle volte il caso...

Sono sul terrazzo, l’aria non è più afosa come giù dalla rosa, qui c’è un bel venticello.

Elisa cerca di fare la padrona di casa porgendo due sedie, viene interrotta: «E’ ancora casa mia, così si era detto!»

Già vero. Gli passa le sedie, lui le sistema una di fronte all’altra, nel mezzo il tavolo li divide, ma gli aiuta a mantenere quel piccolo distacco necessario per ascoltarsi e per parlare guardandosi negli occhi.

Guido è un ragazzo di altri tempi, ammodo, gentile, di sani principi, educato.

È un essere umano splendente che si perde e si ritrova, come tutti, ma lui a differenza della maggior parte di noi, nei suoi labirinti ci entra dentro. Ci affonda per poi risalire. Consapevole che alcune volte è inconsapevole.

Esemplare e raro per un uomo di così giovane età. È a suo agio con tutti, sintomo di signorilità. Queste sono le sfaccettature di lui che piacciono a Elisa.

Ancora lì in terrazza, su da Guido, ancora per poco, pochissimo tempo, pensa Elisa, ma scaccia il pensiero che la distrae dai discorsi troppo più importanti. Si parlano con calma e armonia, si ascoltano, sereni, come amici di vecchia data. Nei dodici mesi da inquilino non si erano parlati quasi mai, vite diverse, orari sfalsati. Quando l’uno dormiva, l’altra si alzava dal letto. Tuttavia quel non parlare aveva già importanti contenuti, ed è il sole e il vento della terrazza che li mostrano a Elisa.

Elisa e Guido si sentono a casa, non quella di mattoni, ma la loro intima.

Sono sensazioni che svaniranno tra qualche tempo.

Già, il tempo.

 Il tempo passa veloce, sfila in sordina senza che ce ne accorgiamo. Lui giovane, lei attempata, due microcosmi lontani ma vicini, tasselli della stessa materia e forma.

Le vicende che lui le racconta con lo stupore perso di chi prova per la prima volta il dolore, le fanno tenerezza. La emozionano perché le ha provate per prima, Ah quante volte!

I dolori creano complicità, e la complicità impregna i loro discorsi.

Lui triste ma felice, strano da dire, ma proprio così. Lei felice di quella situazione di quel momento che le pare un regalo che Madre Natura le ha voluto donare, tuttavia triste che lui se ne vada. Non tornerà più. Nessuno lo ha detto, nessuno ha avuto il coraggio di ammetterlo: lui non tornerà.

Si sono raccontati.

Un’ora? Due? Tanto? Poco?

Ci vogliono più momenti come questo, nella vita.

Elisa lo scopre solo adesso. Solo adesso si rende conto di quante volte è sfuggita a questa condivisione per paura di perderla, per paura di affezionarsi. Non aveva capito che l’affezione, la condivisione non nascono l’una dall’altra. E non c’entra neanche il tempo passato insieme.

Qui signori miei si tratta di affinità ed empatia!

Il sole cala veloce e le reciproche confessioni rallentano il ritmo.

Questo "sconosciuto" che ho davanti mi è più vicino di chiunque altro nella mia vita

Volersi bene è una questione sottile come il capello di un neonato. Non dipende dalla simpatia, dalla frequentazione. È un attimo di luce, un bagliore più veloce di un lampo, silenzioso come la notte. Capirlo è questione di predisposizione. È l’allineamento delle stelle, in quel preciso istante.

Abbiamo avuto un incontro fortunato. I presupposti c’erano. Tuttavia la certezza l’ho avuta stasera.

Su, nella terrazza, le parole vagano libere. Un momento che rimarrà stampato nella loro mente. Un pensiero che scaccerà l’abbandono. Un pensiero che li consolerà nei momenti bui.

Intanto il sole tramonta.

 


Sogno o son desto di Eleonora Satta

 Stanotte l'ha sognata. in realtà la faccenda ha avuto uno strano svolgimento. Si era svegliata perché doveva andare in bagno e così ha ...