lunedì 20 settembre 2021

Le Torri Gemelle di Eleonora Satta

 

Milano è una di quelle città che ami o detesti. Nessuna sfumatura: o così, o cosà.
A Costanza è sempre piaciuta e tutte le volte che arriva alle porte della città e scorge il cartello bianco con le lettere nere “M I L A N O”, ha una forte emozione che parte dallo stomaco e va su verso il cuore. Un’emozione che le crea solo questa città, da sempre. Non dipende da quello che ci ha vissuto o da  ricordi particolari. Questo è l’"effetto Milano" per Costanza: una corrente elettrica che parte dal dentro ed esce fuori attraverso un sorriso di fronte a quel cartello stradala.
 È una mattina soleggiata di settembre, gli alberi del viale dove abita si stanno spogliando creando ai loro piedi un manto di foglie morbide e gialle, che impatta forte col colore della città: il grigio.
«Faranno rumore?», ma sa già la risposta: traffico mattutino e cantieri che iniziano alle 8 in punto a manifestarsi in tutto il loro sguaiato chiasso, non si potrebbe sentire neanche il passaggio di un aereo sulla testa dei tanti pedoni che contribuiscono alla confusione generale.
Una confusione che rende viva la città. Anche la confusione piace a Costanza. Si sente in compagnia!
Ha già chiuso la porta di casa a 4 mandate e pensa al suo ritorno:
«Cosa troverò stasera? Aggressioni? Urla? Di che umore sarà?»
Domande senza risposta almeno per le dodici ore successive, poi si vedrà. C’è un po’ di paura in questo pensiero, di insicurezza.
E intanto spalanca il grande portone di legno che si affaccia sul viale e la conduce fuori, dove tutto in apparenza è sereno, allegro, odore di carburante, odore del panettiere, odore del prestinée che insieme creano miscele pazzesche, alle quali si aggiunge il caffè dei bar.
«Chiusa una porta si apre un portone»

Un vento leggero e fresco si alza, accarezza i suoi pensieri, che se da un lato cercano di essere positivi e gioiosi, dall’altro sono sempre i soliti che vanno in looping da molti anni e la tengono immobile, incagliata ad uno scoglio appuntito. Un malessere generale.

La causa certa è un legame che non funziona che la costringe ad adeguarsi per paura di creare incomprensioni che si accatastano come container al porto, pesanti, inamovibili e uno sull’altro.
In questa gabbia che si è costruita e che si chiama matrimonio, di matrimonio c’è ben poco.
Costanza non è innamorata, ma spaventata e scambia lo spavento per attaccamento. Scambia le parole di lui per consigli e suggerimenti, dettate anche queste dall’amore, ma in realtà sono solo trappole per manipolarla, per possederla, per tirare calci alla sua già incrinata autostima.
È come camminare sulle uova ogni momento della sua vita, è avere terrore di dire una parola fuori luogo dietro l’altra, perché non va mai bene niente di quello che pensa e dice. Lui glielo sottolinea tutte le volte.

LUI ha un profilo narcisista, lei cade nel vittimismo con facilità. Un mix che potrebbe fare esplodere un grattacielo, sbriciolarlo.

Costanza resiste, come se glielo avesse ordinato il medico: «Signora, via, sopporti, cosa le costa? Vedrà che tutto si sistema. Ci vuole solo un po’ di pazienza e poi vedrà…» E intanto le prescrive l’antidepressivo che la farà sentire sempre più assente e robotica.
Adesso è sulla Metro, Linea Gialla. La folla che la riempie le piace, il contatto la fa sentire viva anche se la spingono a destra e manca non importa, c’è il tipo con le cuffiette che tenta di ballare e ogni tanto le da delle sederate, sorridendo. Lei accetta pur di  essere riconosciuta da uno sconosciuto, in quanto sua ballerina di quel momento.
È un’illusa Costanza, ma come lei ce ne sono migliaia, milioni, tante che credono che lui cambierà, che non le mortificherà mai più, che quando farà l’amore finalmente sarà per tutti e due e non solo un atto egoistico e delle volte violento. Povera illusa. Lui non cambierà, cercherà di ridurti al minimo indispensabile, ti coprirà di insulti ogni volta che ha voglia di farlo. Tu sarai sempre più un tappetino, uno scendi letto, uno stuoino. Da lì a farsi pestare è un attimo.

Costanza sa che deve fermare prima questo ingranaggio diabolico e che non c’è nessuna terapia di coppia che possa salvarla e salvare il suo matrimonio. E ci piange, si dispera perché quello è il suo uomo. Ma son solo stupide credenze che chissà da dove le arrivano.

È confusa e stanca. Già alle 8 di mattina. Che pesantezza.
Il mare di gente la trasporta fuori dalla Metro. Ed eccola che entra in un nuovo portone, scalone grigio e finalmente è al lavoro. Per quelle ore appenderà la sua angoscia come fa col cappotto freddo e sgualcito.
Ride con i colleghi, lavora con passione, si sente bene.
E sa benissimo che al di là di quel piccolo paradiso, il macigno che si porta sulle spalle se lo porterà per sempre, perché oramai ci si è abituata, la spaventa solo il pensiero di doverne fare a meno. Il macigno è una sicurezza, un punto fermo.

 Come un nastro che si riavvolge: di nuovo sulla metro. Torna a bomba, a casa.

«Chi cavolo troverò dietro la porta ad aspettarmi? No forse non mi aspetta proprio.»
Verrebbe da chiederle come fa a sopportare tutto questo, ma di sicuro si attaccherebbe a un sacco di scuse che sono lì pronte e che spesso le ha suggerito lui.
Le hanno insegnato che nella coppia si deve essere pazienti e contare fino a mille piuttosto che entrare in discussioni sterili. Lui cerca al contrario di trovare sempre il sistema per imbandirle sto cavolo di discussioni. A lui basta una parola per fargli partire l’embolo. Lei conta anche fino a diecimila.
Le pare di essere un eroe sul fronte pronta sempre al sacrificio. È così che le hanno insegnato: perché un matrimonio duri, ci vuole sa-cri-fi-cio.

Ecco, siamo davanti alla porta di casa, di nuovo, stavolta deve entrare, non sa cosa la aspetta. Trema, ma scaccia subito questa sensazione, si predispone al meglio, trucca il viso con uno splendido sorriso, e lo sguardo diventa amorevole. Ha le borse della spesa pesanti, perché ha comprato ogni tipo di prelibatezza per riuscire a ingolosirlo, per tenerlo buono.

Apre la porta e le luci sono tutte accese, danno quasi fastidio, il corridoio così illuminato pare di essere in questura, all’ospedale, ma non a casa.

Lui c’è.

Un’ ombra dietro la porta a vetri le chiede: «Dove sei stata fino a adesso?» La voce è già aggressiva. Neanche un saluto. Lui sa perfettamente dove è stata e perché fino a questa ora, lo sa, sono oramai dieci anni che lei fa sempre gli stessi orari. Ma ribadirlo, con quel tono è una ginnastica per tenerla sempre col fiato sospeso, sulla corda tesa a cinquanta metri da terra che lei deve attraversare per raggiungere un luogo sicuro, oppure cadere nel vuoto senza rete che la salvi.

Costanza si congela, sa che ha poche probabilità di non cadere nel vuoto, per cui rimane muta e cadaverica, non appoggia neanche le borse della spesa che sono pesanti dalle leccornie comprate per lui. Come di sale. La paura del proseguio di quella conversazione, le riempie gli occhi di lacrime.
Lui, che sa bene come avrebbe reagito, prende la porta e se ne va, sbattendola con forza come se fosse uno schiaffo per Costanza. Ha raggiunto il suo scopo, voleva uscire quella sera, con amici? Con amiche? Andare a fare baldoria? Non si sa, di sicuro non voleva stare con lei e non volendo discutere, questa è stata la soluzione più elementare. La miglior difesa è l’attacco e lui è un maestro in attacchi.

«Per fortuna domani sarà tutto passato…» Costanza si consola così.

Ingoia un sonnifero e mentre fa effetto pensa che la sua vita sarà sempre così, che non cambierà nulla, che lei non ce la farà a cambiare nulla. Si rannicchia come un feto e sguazza nel liquido amniotico gelato. Una culla vuota la sua, ma domani sarà tutto passato. Forse.

La notte lui non rientra, lei dorme a spot, e tutte le volte che apre gli occhi e tocca il posto vuoto accanto, le prende un’ansia incontenibile.
Di giorno, lui non chiama, la tiene in pugno. In castigo come se avesse fatto chissà cosa. La fa sentire in colpa. E Costanza è un fenomeno perché si sente in “colpissima”.
Lei a questo punto è veramente un morto che cammina.

Martedì,  oggi non lavora. Peccato l’avrebbe aiutata.

Si veste ed esce. Si tuffa di nuovo per strada, oggi è in apnea, Milano pare placarsi, meno gente, meno rumore, meno vita. E' anestetizzata.
Squilla il cellulare e lo cerca dentro la borsa come se avesse per le mani una bomba a mano senza la sicura. Ecco mi chiede scusa, lo so che mi ama Ma no non è lui, povera illusa. È Bruno dagli Stati Uniti. Il suo amico del cuore, guai se questa telefonata venisse scoperta.

 «Come stai Constance?»

«Bene, e tu? Che bello sentirti!»

«Anche io avevo proprio desiderio di sentire la mia amica»

«Quando vieni a Milano? Sai che per vedersi devo organizzarmi»

«Ma non hai letto i giornali?»

«No.»

«Le Torri gemelle Constance, due aerei le hanno fatte scoppiare, un sacco di morti, un disastro!»

 Due grattacieli che implodono nella sua testa. Cade tutto, come se intorno una scenografia si sbriciolasse, come se anche dentro di lei andasse tutto in frantumi.

La bomba è scoppiata.

L’11 settembre in apparenza una mattina come le altre, da lì è cambiato tutto.

Anche per Costanza.




 

 

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