Milano è una di
quelle città che ami o detesti. Nessuna sfumatura: o così, o cosà.
A Costanza è
sempre piaciuta e tutte le volte che arriva alle porte della città e scorge il
cartello bianco con le lettere nere “M I L A N O”, ha una forte emozione che parte
dallo stomaco e va su verso il cuore. Un’emozione che le crea solo questa
città, da sempre. Non dipende da quello che ci ha vissuto o da ricordi
particolari. Questo è l’"effetto Milano" per Costanza: una corrente elettrica che
parte dal dentro ed esce fuori attraverso un sorriso di fronte a quel cartello
stradala.
È una mattina
soleggiata di settembre, gli alberi del viale dove abita si stanno spogliando
creando ai loro piedi un manto di foglie morbide e gialle, che impatta forte
col colore della città: il grigio.
«Faranno rumore?», ma sa già la risposta: traffico
mattutino e cantieri che iniziano alle 8 in punto a manifestarsi in tutto il
loro sguaiato chiasso, non si potrebbe sentire neanche il passaggio di un aereo
sulla testa dei tanti pedoni che contribuiscono alla confusione generale.
Una confusione che
rende viva la città. Anche la confusione piace a Costanza. Si sente in
compagnia!
Ha già chiuso la
porta di casa a 4 mandate e pensa al suo ritorno:
«Cosa troverò stasera? Aggressioni? Urla?
Di che umore sarà?»
Domande senza
risposta almeno per le dodici ore successive, poi si vedrà. C’è un po’ di paura
in questo pensiero, di insicurezza.
E intanto spalanca
il grande portone di legno che si affaccia sul viale e la conduce fuori, dove
tutto in apparenza è sereno, allegro, odore di carburante, odore del
panettiere, odore del prestinée che insieme creano miscele pazzesche, alle
quali si aggiunge il caffè dei bar.
«Chiusa una porta si apre un portone»
Un vento leggero e
fresco si alza, accarezza i suoi pensieri, che se da un lato cercano di essere
positivi e gioiosi, dall’altro sono sempre i soliti che vanno in looping da
molti anni e la tengono immobile, incagliata ad uno scoglio appuntito. Un malessere
generale.
La causa certa è
un legame che non funziona che la costringe ad adeguarsi per paura di creare
incomprensioni che si accatastano come container al porto, pesanti, inamovibili
e uno sull’altro.
In questa gabbia
che si è costruita e che si chiama matrimonio, di matrimonio c’è ben poco.
Costanza non è
innamorata, ma spaventata e scambia lo spavento per attaccamento. Scambia le
parole di lui per consigli e suggerimenti, dettate anche queste dall’amore, ma
in realtà sono solo trappole per manipolarla, per possederla, per tirare calci
alla sua già incrinata autostima.
È come camminare
sulle uova ogni momento della sua vita, è avere terrore di dire una parola fuori
luogo dietro l’altra, perché non va mai bene niente di quello che pensa e dice.
Lui glielo sottolinea tutte le volte.
LUI ha un profilo
narcisista, lei cade nel vittimismo con facilità. Un mix che potrebbe fare
esplodere un grattacielo, sbriciolarlo.
Costanza resiste,
come se glielo avesse ordinato il medico: «Signora,
via, sopporti, cosa le costa? Vedrà che tutto si sistema. Ci vuole solo un po’ di
pazienza e poi vedrà…» E intanto le prescrive l’antidepressivo che la farà
sentire sempre più assente e robotica.
Adesso è sulla
Metro, Linea Gialla. La folla che la riempie le piace, il contatto la fa
sentire viva anche se la spingono a destra e manca non importa, c’è il tipo con
le cuffiette che tenta di ballare e ogni tanto le da delle sederate,
sorridendo. Lei accetta pur di essere
riconosciuta da uno sconosciuto, in quanto sua ballerina di quel momento.
È un’illusa
Costanza, ma come lei ce ne sono migliaia, milioni, tante che credono che lui
cambierà, che non le mortificherà mai più, che quando farà l’amore finalmente
sarà per tutti e due e non solo un atto egoistico e delle volte violento.
Povera illusa. Lui non cambierà, cercherà di ridurti al minimo indispensabile,
ti coprirà di insulti ogni volta che ha voglia di farlo. Tu sarai sempre più un
tappetino, uno scendi letto, uno stuoino. Da lì a farsi pestare è un attimo.
Costanza sa che
deve fermare prima questo ingranaggio diabolico e che non c’è nessuna terapia
di coppia che possa salvarla e salvare il suo matrimonio. E ci piange, si
dispera perché quello è il suo uomo. Ma son solo stupide credenze che chissà da
dove le arrivano.
È confusa e
stanca. Già alle 8 di mattina. Che pesantezza.
Il mare di gente
la trasporta fuori dalla Metro. Ed eccola che entra in un nuovo portone,
scalone grigio e finalmente è al lavoro. Per quelle ore appenderà la sua
angoscia come fa col cappotto freddo e sgualcito.
Ride con i
colleghi, lavora con passione, si sente bene.
E sa benissimo che
al di là di quel piccolo paradiso, il macigno che si porta sulle spalle se lo
porterà per sempre, perché oramai ci si è abituata, la spaventa solo il
pensiero di doverne fare a meno. Il macigno è una sicurezza, un punto fermo.
Come un nastro che
si riavvolge: di nuovo sulla metro. Torna a bomba, a casa.
«Chi cavolo troverò dietro la porta ad
aspettarmi? No forse non mi aspetta proprio.»
Verrebbe da
chiederle come fa a sopportare tutto questo, ma di sicuro si attaccherebbe a un
sacco di scuse che sono lì pronte e che spesso le ha suggerito lui.
Le hanno insegnato
che nella coppia si deve essere pazienti e contare fino a mille piuttosto che entrare
in discussioni sterili. Lui cerca al contrario di trovare sempre il sistema per
imbandirle sto cavolo di discussioni. A lui basta una parola per fargli partire
l’embolo. Lei conta anche fino a diecimila.
Le pare di essere
un eroe sul fronte pronta sempre al sacrificio. È così che le hanno insegnato:
perché un matrimonio duri, ci vuole sa-cri-fi-cio.
Ecco, siamo davanti
alla porta di casa, di nuovo, stavolta deve entrare, non sa cosa la aspetta.
Trema, ma scaccia subito questa sensazione, si predispone al meglio, trucca il
viso con uno splendido sorriso, e lo sguardo diventa amorevole. Ha le borse
della spesa pesanti, perché ha comprato ogni tipo di prelibatezza per riuscire
a ingolosirlo, per tenerlo buono.
Apre la porta e le
luci sono tutte accese, danno quasi fastidio, il corridoio così illuminato pare
di essere in questura, all’ospedale, ma non a casa.
Lui c’è.
Un’ ombra dietro
la porta a vetri le chiede: «Dove sei stata
fino a adesso?» La voce è già aggressiva. Neanche un saluto. Lui sa
perfettamente dove è stata e perché fino a questa ora, lo sa, sono oramai dieci
anni che lei fa sempre gli stessi orari. Ma ribadirlo, con quel tono è una
ginnastica per tenerla sempre col fiato sospeso, sulla corda tesa a cinquanta
metri da terra che lei deve attraversare per raggiungere un luogo sicuro,
oppure cadere nel vuoto senza rete che la salvi.
Costanza si
congela, sa che ha poche probabilità di non cadere nel vuoto, per cui rimane muta
e cadaverica, non appoggia neanche le borse della spesa che sono pesanti dalle
leccornie comprate per lui. Come di sale. La paura del proseguio di quella
conversazione, le riempie gli occhi di lacrime.
Lui, che sa bene
come avrebbe reagito, prende la porta e se ne va, sbattendola con forza come se
fosse uno schiaffo per Costanza. Ha raggiunto il suo scopo, voleva uscire
quella sera, con amici? Con amiche? Andare a fare baldoria? Non si sa, di
sicuro non voleva stare con lei e non volendo discutere, questa è stata la
soluzione più elementare. La miglior difesa è l’attacco e lui è un maestro in
attacchi.
«Per fortuna domani sarà tutto passato…»
Costanza si consola così.
Ingoia un
sonnifero e mentre fa effetto pensa che la sua vita sarà sempre così, che non
cambierà nulla, che lei non ce la farà a cambiare nulla. Si rannicchia come un
feto e sguazza nel liquido amniotico gelato. Una culla vuota la sua, ma domani
sarà tutto passato. Forse.
La notte lui non
rientra, lei dorme a spot, e tutte le volte che apre gli occhi e tocca il posto
vuoto accanto, le prende un’ansia incontenibile.
Di giorno, lui non
chiama, la tiene in pugno. In castigo come se avesse fatto chissà cosa. La fa
sentire in colpa. E Costanza è un fenomeno perché si sente in “colpissima”.
Lei a questo punto
è veramente un morto che cammina.
Martedì, oggi non lavora. Peccato l’avrebbe aiutata.
Si veste ed esce.
Si tuffa di nuovo per strada, oggi è in apnea, Milano pare placarsi,
meno gente, meno rumore, meno vita. E' anestetizzata.
Squilla il
cellulare e lo cerca dentro la borsa come se avesse per le mani una bomba a mano
senza la sicura. Ecco mi chiede scusa, lo so che mi ama Ma no non è lui,
povera illusa. È Bruno dagli Stati Uniti. Il suo amico del cuore, guai se
questa telefonata venisse scoperta.
«Come stai Constance?»
«Bene, e tu? Che bello sentirti!»
«Anche io avevo proprio desiderio di
sentire la mia amica»
«Quando vieni a Milano? Sai che per vedersi
devo organizzarmi»
«Ma non hai letto i giornali?»
«No.»
«Le Torri gemelle Constance, due aerei le
hanno fatte scoppiare, un sacco di morti, un disastro!»
Due
grattacieli che implodono nella sua testa. Cade tutto, come se intorno una scenografia
si sbriciolasse, come se anche dentro di lei andasse tutto in frantumi.
La
bomba è scoppiata.
L’11 settembre in
apparenza una mattina come le altre, da lì è cambiato tutto.
Anche per Costanza.
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