Era lì, in cucina,
come tutte le sere (e le mattine) puliva verdure, erano lessate al piatto per
fare sì che non si spappolassero totalmente. Lei le mondava, le spezzettava, le
divideva in porzioni da quattrocento grammi, confezionandole in piccoli box
trasparenti di plastica dal coperchio fucsia.
Le mani umidicce, verdi
di clorofilla, odori forti e pungenti sotto al suo naso, dal contenitore della
spazzatura messo lì sul tavolo per facilitare la pulitura.
Rifletteva, Irina.
Una giornata
pesante, piena di input negativi. Irina aveva cercato in ogni modo di vedere il
bicchiere mezzo pieno, ma stavolta proprio non le era riuscito, se quello era
il suo bicchiere era in uno stato! Aveva il fondo pieno di buchi. Uno
scolapasta, più che un bicchiere
Gli input negativi
andavano avanti da un bel po’. Non le davano pace, non si riusciva mai a
firmare un armistizio, quando credeva di averlo siglato due secondi dopo
accadeva qualcosa, che ne so, acqua bollente rovesciata addosso, storta alla
caviglia, bolletta del gas con conguaglio, arrivo del vicino antipatico dopo
mesi che non veniva a controllare il suo rudere.
Lo so sembrano
sciocchezze ma messe insieme all’isolamento, alla mancanza di soldi, agli anni
che incalzano, diventavano un fardello insopportabile, un elefante da portare
in braccio in salita mentre piove e c’è il terremoto, in pratica.
Quindi mentre era
lì con le verdure fra le mani, che era un po’ come vedere la sua vita totalmente smembrata,
iniziò a pensare chi cavolo o cosa cavolo le aveva fatto decidere di scegliere quel
percorso là. Perché sì, era dell’idea che le persone scelgono dove, come e con
chi vogliono essere messe al mondo.
Irina aveva scelto
un sentiero stretto, in salita, con il burrone di lato, quello destro quello
che le dava vertigine, arrivava in cima a una montagna fredda e imperturbabile,
dove sul cocuzzolo abitava un mostro gigantesco e cannibale. Ecco, questa la
sua scelta. Sì il bicchiere era bucato e lei era una scriteriata senza cervello
per avere scelto ciò che stava vivendo.
Allora che c’era
di strano se le venivano in mente solo pensieri suicidi? Vedeva la morte come
la fine di tutte le sofferenze, come un’isola di pace in mezzo al mare in
tempesta.
Ci vuole coraggio
o è un atto di codardia? Irina era sicura che ci volesse molto coraggio per
decidere di mettere fine alla vita, perché si andava contro tutto ciò per il
quale siamo programmati. Istinto di sopravvivenza viene chiamato. O istinto di
resistenza? O istinto masochistico?
Iniziò a ragionare
sui vari metodi suicidi, cercava di scartare i più cruenti, fantasticando su
quelli più soft, pillole, gas, gettarsi in acque gelide. Quest’ultimo non era
male, si ghiaccia tutto e muori in modo delicato, senza troppe sofferenze, dopo pochi secondi.
Certo è che devi stare immobile. Se ti muovi produci calore e hai meno chance
di farla finita.
Sentiva i commenti
di chi avrebbe potuto ascoltarla in un pensiero di questo genere:
Ma cosa dici? Ma
non ti vergogni? Non si fanno questi discorsi! La vita è un dono!
Stereotipi,
credenze, banalità.
Decise che avrebbe
lasciato qualche lettera a pochi amici, non tanto per spiegare, ma per
salutare. Bisogna morire con educazione:
Caro Franco, mi
dispiace non averti potuto salutare incontrandoti. Ma se ti avessi raccontato
le mie intenzioni avresti fatto di tutto per negarmi questa libertà. Quei libri
a cui tenevi te li lascio col cuore.
Franco avrebbe
pianto, letto e riletto quelle poche righe, avrebbe accarezzato i libri.
Cara Alice,
scusami. Lo so che ci tenevi a essere la mia unica confidente, ma stavolta non
è stato possibile. Ho tenuto il segreto con tutti, non solo con te. Quindi non
te la prendere. Sii felice! Ti lascio il mio computer con tutto ciò che
contiene, che poi sono tutti i nostri ricordi.
Alice avrebbe digitato la password, che solo lei conosceva, e ogni foto le avrebbe strappato un sorriso col nodo alla gola.
Caro Michele,
sarai felice, lo so. Non ce la facevi più a sopportarmi e a sopportare tutte le
mie sfighe. Ogni volta, cioè tutti i giorni che mi accadeva qualcosa di
pessimo, tu eri sempre lì ad ascoltarmi e a cercare di consolarmi. Un lavoro
duro e faticoso. Adesso sereno, è finita, puoi rilassarti, ho risolto ogni
problema. Come mio ricordo ti lascio i Ching, che ti facevo interpretare, anche
se non ci capivi un tubo. Ma le tue profezie erano così ottimistiche che mi
tiravano su il morale e ti sono grata di avermi sostenuto con tutte le tue
forze.
Michele si sarebbe incazzato, si sarebbe sentito frustrato, avrebbe preso un bicchiere e una volta stappato il rum, ne avrebbe bevuto per due.
Irina, a mano a
mano che metteva giù questi precisi pensieri si sentiva alleggerita, le
sembrava già di essere morta e più moriva e più volava alta senza zavorra.
La morte è la
vita, la vita è la morte. Ci si attacca con disperazione a questi quattro
respiri in croce, vogliamo resistere a tutti i costi invece di abbandonarci, di
lasciare, di non stare attaccati come cozze allo scoglio del vivere. Nessuno parla
della morte come se fosse una cosa proibita, un tabù, un eremo inavvicinabile,
un territorio inviolabile, un luogo vietato. Nessuno ne vuole sentire parlare come di un fatto natrurale, se lo fai vieni schernito, allora sei un depresso, curati!
È solo morte, gente.
Un respiro che
si lascia andare e si perde nell’universo, una scarica elettrica che vagherà
finché ne avrà desiderio per poi abbattersi al suolo e rigenerarsi in un soffio
di vita, un attimo di materiale che termina in un eterno spirituale.
Irina era stanca
di tutto questo demonizzare la morte.
Quante verdure
aveva pulito? Tante. Quanti piccoli box trasparenti col tappo fucsia aveva
riempito? Tanti.
Tutto questo darsi
da fare, questo affannarsi a risolvere, capire, cambiare, dare, sognare,
rimpiangere. Ma per cosa? Sempre per arrivare in fondo, lì a quel punto dove il
cuore non batte più, la testa non pensa, il corpo si riduce in polvere.
Erano stati
importanti gli incontri, le parole, i gesti, l’affetto.
Ma alla fine ognuno
muore solo e nulla ha più valore.
Quindi la vita è
l’autostrada per la morte.
E la morte?
"Sai che è sorte
comune: ogni cosa vivente è dovuta alla morte, attraverso natura e eternità. "
Una mosca imbizzarrita, continuava a sbattere nella lampada accesa. Era già
autunno, faceva buio prima, l’aria aveva rinfrescato, la mosca lo sentiva: era
finito il suo tempo sul pianeta, qualcosa d’altro l’aspettava in qualche luogo
diverso da quelli terreni. Per questo era imbizzarrita: non voleva morire.
Sentiva di andarsene e non si rassegnava. Nessun essere vivente la accetta. Anche
uno dei gatti preferiti di Irina non la voleva subire e piuttosto di morire rimase
sveglio per lunghe notti, miagolando disperato, non capiva cosa gli stava
accadendo, non riusciva più a tenere sotto controllo le zampe, il respiro, la
vista, sbandava continuamente. Poi a un certo punto la morte sopraggiunse di
soppiatto e lo prese.
Lui non rimase stupito, anzi a quel punto riuscì ad
abbandonarsi, quasi gli svenne fra le braccia, come se avesse sempre avuto solo
bisogno di un riposo completo come quello.
La mosca ha fatto
lo stesso, fino a che si è lasciata andare fra le braccia della morte.
Nessuno ci può narrare
cosa si sente, possiamo raccontare cosa si prova a dare la vita, ma non
ricordiamo neanche cosa sentiamo quando si nasce…
È tutto un mistero, un fatto
incontrollabile.
È quello che ci
disturba? Il non poterlo tenere d’occhio?
Ecco le verdure
erano tutte al loro posto. Anche loro staccate dalle loro radici, avevano smesso di vivere. Un box sull’altro, impilato con ordine nel frigorifero.
Siamo sempre in contatto con la morte, ma non riusciamo a familiarizzarci, ci è
sempre accanto, come la nostra ombra, la temiamo perché la intendiamo come fine
di tutto. E forse lo è.
Nessuno è mai tornato indietro, quindi…O forse ritornano?
E poi siamo così
teneramente umani, fino al punto che Irina aprì la porta che dava sul giardino,
era una serata d’inizio autunno, fresca, colorata d’oro e di rosso, ancora il
verde degli alberi, ancora il canto delle rondini e tutto era di una bellezza
da fare girare la testa, da ubriacare.
E Irina si ubriacò di tutto quel ben di dio, respirò a fondo, sorrise e disse a voce alta e profonda:
«La vita è un gioco! Andiamo a vedere dove ci
porta questa strada, andiamo a vedere dove finirà. Voglio lasciarmi andare, non
voglio più controllare, voglio abbandonare l’attaccamento.
In ogni caso voglio vivere
fino in fondo. »
Grazie Eleonora! Profondamente lucido questo cammino tra i pensieri che si inseguono in questa pre-visione della morte.
RispondiEliminaMa la curiosità di assecondare la vita è ciò che guida per viverla fino in fondo. Veramente bello e commovente questo sgomento tra le verdure da conservare.