mercoledì 29 settembre 2021

Irina di Eleonora Satta

 

Era lì, in cucina, come tutte le sere (e le mattine) puliva verdure, erano lessate al piatto per fare sì che non si spappolassero totalmente. Lei le mondava, le spezzettava, le divideva in porzioni da quattrocento grammi, confezionandole in piccoli box trasparenti di plastica dal coperchio fucsia.

Le mani umidicce, verdi di clorofilla, odori forti e pungenti sotto al suo naso, dal contenitore della spazzatura messo lì sul tavolo per facilitare la pulitura.
Rifletteva, Irina.
Una giornata pesante, piena di input negativi. Irina aveva cercato in ogni modo di vedere il bicchiere mezzo pieno, ma stavolta proprio non le era riuscito, se quello era il suo bicchiere era in uno stato! Aveva il fondo pieno di buchi. Uno scolapasta, più che un bicchiere
Gli input negativi andavano avanti da un bel po’. Non le davano pace, non si riusciva mai a firmare un armistizio, quando credeva di averlo siglato due secondi dopo accadeva qualcosa, che ne so, acqua bollente rovesciata addosso, storta alla caviglia, bolletta del gas con conguaglio, arrivo del vicino antipatico dopo mesi che non veniva a controllare il suo rudere.
Lo so sembrano sciocchezze ma messe insieme all’isolamento, alla mancanza di soldi, agli anni che incalzano, diventavano un fardello insopportabile, un elefante da portare in braccio in salita mentre piove e c’è il terremoto, in pratica.
Quindi mentre era lì con le verdure fra le mani, che era un po’ come vedere la sua vita totalmente smembrata, iniziò a pensare chi cavolo o cosa cavolo le aveva fatto decidere di scegliere quel percorso là. Perché sì, era dell’idea che le persone scelgono dove, come e con chi vogliono essere messe al mondo.
Irina aveva scelto un sentiero stretto, in salita, con il burrone di lato, quello destro quello che le dava vertigine, arrivava in cima a una montagna fredda e imperturbabile, dove sul cocuzzolo abitava un mostro gigantesco e cannibale. Ecco, questa la sua scelta. Sì il bicchiere era bucato e lei era una scriteriata senza cervello per avere scelto ciò che stava vivendo.
Allora che c’era di strano se le venivano in mente solo pensieri suicidi? Vedeva la morte come la fine di tutte le sofferenze, come un’isola di pace in mezzo al mare in tempesta.
Ci vuole coraggio o è un atto di codardia? Irina era sicura che ci volesse molto coraggio per decidere di mettere fine alla vita, perché si andava contro tutto ciò per il quale siamo programmati. Istinto di sopravvivenza viene chiamato. O istinto di resistenza? O istinto masochistico?
Iniziò a ragionare sui vari metodi suicidi, cercava di scartare i più cruenti, fantasticando su quelli più soft, pillole, gas, gettarsi in acque gelide. Quest’ultimo non era male, si ghiaccia tutto e muori in modo delicato, senza troppe sofferenze, dopo pochi secondi. Certo è che devi stare immobile. Se ti muovi produci calore e hai meno chance di farla finita.
Sentiva i commenti di chi avrebbe potuto ascoltarla in un pensiero di questo genere:
Ma cosa dici? Ma non ti vergogni? Non si fanno questi discorsi! La vita è un dono!
Stereotipi, credenze, banalità.
Decise che avrebbe lasciato qualche lettera a pochi amici, non tanto per spiegare, ma per salutare. Bisogna morire con educazione:

Caro Franco, mi dispiace non averti potuto salutare incontrandoti. Ma se ti avessi raccontato le mie intenzioni avresti fatto di tutto per negarmi questa libertà. Quei libri a cui tenevi te li lascio col cuore.
Franco avrebbe pianto, letto e riletto quelle poche righe, avrebbe accarezzato i libri.

Cara Alice, scusami. Lo so che ci tenevi a essere la mia unica confidente, ma stavolta non è stato possibile. Ho tenuto il segreto con tutti, non solo con te. Quindi non te la prendere. Sii felice! Ti lascio il mio computer con tutto ciò che contiene, che poi sono tutti i nostri ricordi.
Alice avrebbe digitato la password, che solo lei conosceva, e ogni foto le avrebbe strappato un sorriso col nodo alla gola.

Caro Michele, sarai felice, lo so. Non ce la facevi più a sopportarmi e a sopportare tutte le mie sfighe. Ogni volta, cioè tutti i giorni che mi accadeva qualcosa di pessimo, tu eri sempre lì ad ascoltarmi e a cercare di consolarmi. Un lavoro duro e faticoso. Adesso sereno, è finita, puoi rilassarti, ho risolto ogni problema. Come mio ricordo ti lascio i Ching, che ti facevo interpretare, anche se non ci capivi un tubo. Ma le tue profezie erano così ottimistiche che mi tiravano su il morale e ti sono grata di avermi sostenuto con tutte le tue forze.
Michele si sarebbe incazzato, si sarebbe sentito frustrato, avrebbe preso un bicchiere e una volta stappato il rum, ne avrebbe bevuto per due.

Irina, a mano a mano che metteva giù questi precisi pensieri si sentiva alleggerita, le sembrava già di essere morta e più moriva e più volava alta senza zavorra.

La morte è la vita, la vita è la morte. Ci si attacca con disperazione a questi quattro respiri in croce, vogliamo resistere a tutti i costi invece di abbandonarci, di lasciare, di non stare attaccati come cozze allo scoglio del vivere. Nessuno parla della morte come se fosse una cosa proibita, un tabù, un eremo inavvicinabile, un territorio inviolabile, un luogo vietato. Nessuno ne vuole sentire parlare come di un fatto natrurale, se lo fai vieni schernito, allora sei un depresso, curati!
È solo morte, gente.
Un respiro che si lascia andare e si perde nell’universo, una scarica elettrica che vagherà finché ne avrà desiderio per poi abbattersi al suolo e rigenerarsi in un soffio di vita, un attimo di materiale che termina in un eterno spirituale.
Irina era stanca di tutto questo demonizzare la morte.

Quante verdure aveva pulito? Tante. Quanti piccoli box trasparenti col tappo fucsia aveva riempito? Tanti.

Tutto questo darsi da fare, questo affannarsi a risolvere, capire, cambiare, dare, sognare, rimpiangere. Ma per cosa? Sempre per arrivare in fondo, lì a quel punto dove il cuore non batte più, la testa non pensa, il corpo si riduce in polvere.
Erano stati importanti gli incontri, le parole, i gesti, l’affetto.
Ma alla fine ognuno muore solo e nulla ha più valore.
Quindi la vita è l’autostrada per la morte.
E la morte?

"Sai che è sorte comune: ogni cosa vivente è dovuta alla morte, attraverso natura e eternità. "

Una mosca imbizzarrita, continuava a sbattere nella lampada accesa. Era già autunno, faceva buio prima, l’aria aveva rinfrescato, la mosca lo sentiva: era finito il suo tempo sul pianeta, qualcosa d’altro l’aspettava in qualche luogo diverso da quelli terreni. Per questo era imbizzarrita: non voleva morire. Sentiva di andarsene e non si rassegnava. Nessun essere vivente la accetta. Anche uno dei gatti preferiti di Irina non la voleva subire e piuttosto di morire rimase sveglio per lunghe notti, miagolando disperato, non capiva cosa gli stava accadendo, non riusciva più a tenere sotto controllo le zampe, il respiro, la vista, sbandava continuamente. Poi a un certo punto la morte sopraggiunse di soppiatto e lo prese.
Lui non rimase stupito, anzi a quel punto riuscì ad abbandonarsi, quasi gli svenne fra le braccia, come se avesse sempre avuto solo bisogno di un riposo completo come quello.

La mosca ha fatto lo stesso, fino a che si è lasciata andare fra le braccia della morte.

Nessuno ci può narrare cosa si sente, possiamo raccontare cosa si prova a dare la vita, ma non ricordiamo neanche cosa sentiamo quando si nasce… 

È tutto un mistero, un fatto incontrollabile.
È quello che ci disturba? Il non poterlo tenere d’occhio?
Ecco le verdure erano tutte al loro posto. Anche loro staccate dalle loro radici, avevano smesso di vivere. Un box sull’altro, impilato con ordine nel frigorifero.
Siamo sempre in contatto con la morte, ma non riusciamo a familiarizzarci, ci è sempre accanto, come la nostra ombra, la temiamo perché la intendiamo come fine di tutto. E forse lo è.
Nessuno è mai tornato indietro, quindi…O forse ritornano?

 E poi siamo così teneramente umani, fino al punto che Irina aprì la porta che dava sul giardino, era una serata d’inizio autunno, fresca, colorata d’oro e di rosso, ancora il verde degli alberi, ancora il canto delle rondini e tutto era di una bellezza da fare girare la testa, da ubriacare.

E Irina si ubriacò di tutto quel ben di dio, respirò a fondo, sorrise e disse a voce alta e profonda:
«La vita è un gioco! Andiamo a vedere dove ci porta questa strada, andiamo a vedere dove finirà. Voglio lasciarmi andare, non voglio più controllare, voglio abbandonare l’attaccamento.
In ogni caso voglio vivere fino in fondo. »






1 commento:

  1. Grazie Eleonora! Profondamente lucido questo cammino tra i pensieri che si inseguono in questa pre-visione della morte.
    Ma la curiosità di assecondare la vita è ciò che guida per viverla fino in fondo. Veramente bello e commovente questo sgomento tra le verdure da conservare.

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