venerdì 5 novembre 2021

Sogno o son desto di Eleonora Satta

 Stanotte l'ha sognata. in realtà la faccenda ha avuto uno strano svolgimento. Si era svegliata perché doveva andare in bagno e così ha fatto e solo dopo tornando sotto le coperte si è ricordata di cosa stava sognando, prima del risveglio.
Ricordi vaghi e sfumati, ma pur sempre ricordi. Quando me lo ha raccontato è stato difficile starle dietro, perché raccontare un sogno pare più il ragionamento a voce alta di un matto.
Seduta sul letto, accanto a me, guardava il nulla davanti a sè, in realtà davanti  aveva la finestra grande, la libreria sulla destra e la grande poltrona della Lola a sinistra. Sì, era sua, nessuno poteva sedercisi, per due motivi: il ringhio e la quantità di peli sparsi pronti a appiccicarsi a qualsiasi tipo di tessuto indossato.
In quella posizione perfetta per lo stato in cui si sentiva, iniziò ad evocare il sogno, quindi sguardo vuoto nel vuoto, labbra che si muovono lo stretto necessario, quasi chiuse, voce sussurrante e tono da attrice del melodramma. Un po' di paura la faceva e un po' a disagio mi sentivo.
"Eravamo in macchina" Inizia così lo squinternato racconto. Ogni frase un profondo respiro, forse per ossigenare il cervello e trattenere le lacrime dall'emozione. "Eravamo in macchina", eh, lo ripete. Sì ok eravate in macchina penso, ma non dico.
"Forse un furgone, o un camper. Alla guida il Bruno", anche lui in altra vita da gennaio, "Lola sdraiata fra schienale e sedile dietro di lui, tanto da non poter appoggiaie la schiena. Poi c'eri anche tu, ma non ricordo bene se c'eri veramente" e mi guarda senza vedermi.. "Bruno assomigliava a mio padre o forse erano tutti e due in una sola persona". Una sorta di Giano Bifronte? penso io, ma al solito la mia bocca è cucita.
"Si percorreva una strada sterrata marrone e con molti saliscendi". Continua:
"Lola si muoveva, scodinzolava, mostrava la pancia" Sospira: "Ma forse non era lei..."
Ma come non era lei? 
"Sì era lei, ma assomigliava al Rocco il gatto bianco e rosso che ho avuto qualche anno prima di lei e poi è deceduto. Aveva la coda a saetta... Ma no, Lola aveva la sua solita coda fuffolosa, però poi diventava un po' lui. E' qui che mi sono svegliata, con uno strano vuoto nello stomaco e voglia di riaddormentarmi presto."
E così è stato, dopo il bagno, il racconto e due carezze, si è riaddormentata. 
Stamani al secondo risveglio, mi ha detto che ha sognato Giorgio Albertazzi vestito molto casual, con dei calzoncini corti e una camicia hawaiana che la seguiva chiamandola e dicendo "Dove andate belle signore?" Sì perché lei teneva per mano un'altra signora vestita tipo charleston, sua nonna forse, ma non ne era sicura, portandola in giro per una città scura con le mura di tufo giallognolo. Poi la nonna spariva e c'erano i suoi amici di quando era ragazza (finalmente dei vivi), ma poi non erano loro e non si ricorda se cercavano qualcosa, o del cibo o un tesoro. Fine.
La meglio è che la sera si mangi presto e alimenti molto digeribili, ieri sera aveva mangiato il salmone e le patatine fritte e un po' di riso in bianco. Forse aveva esagerato con le porzioni, ed era già agitata perché oggi è il compleanno della Lola e avrebbe voluto passarlo insieme a lei.
Ma chissà può essere che questo sogno in qualche modo le abbia avvicinate lo stesso e che Lola ora girovaghi per casa. Un po' uno sfinimento non riuscire a capire dove è, soprattutto per me, che ho occupato i suoi territori, la poltrona, il letto, cuccia compresa, vita spericolata la mia, sennò che Vasco sarei!!






martedì 26 ottobre 2021

Vite precedenti di Eleonora Satta




Nella mia precedente vita sono un cane. Lo so con sicurezza, ancora non abbaio, ma già mostro i denti quando mi incazzo, segno il territorio, scodinzolo come un bob tail senza coda, amo annusare tutto, merde comprese.
Sono un meticcio col pelo arruffato da baccelli spinosi e duri che trovo nei campi dove bazzico, ho un padrone che se ne frega se mi si scompiglia il pelo, se mi si formano nodi fastidiosi che mi tirano la pelle oltre che il pelo.
Mi devo arrangiare, ma non è cosa facile. Ogni tanto capita un bambino o una persona di animo gentile che fino a che resiste al mio odore, riesce a toglierne due o tre di quei triboli. Quelli sotto la pancia si incarnano e non c'è verso di levarli, i forasacchi, credo  abbiano fatto il tour di tutta la mia pelle.
Sono un cane da guardia, abbaio, bene e forte. Appena succede qualcosa di strano lo faccio con grande orgoglio e professionalità. Il problema è che delle volte sbaglio, non ci sono veri pericoli da segnalare, eppure voglio comunicare qualcosa e vengo incompreso.
In questi casi ricevo secchiate di acqiua sudicia e diaccia che in estate sono graditi, ma in inverno preferirei che si cambiasse metodo per quella che loro, chiamano punizione. Oppure vengo inseguito con un bastone e delle volte qualche bacchiolata la ricevo.
Penso a quei fratelli che vivono vite più tranquille, quelli in case signorili dove vengono serviti pranzo cena e biscotti a orari consueti, stabiliti. Puoi stare tutto il giorno a pensare solo a quel momento fatidico. Qui invece la domanda è quando arriverà il pastone? Un recipiente sporco dove  mettono tutti pezzi di cose molto saporite, li chiamano avanzi e da quanto sale c'è non si sente più il vero sapore di quel cibo. Ho anche tremende giornate dove la ciotola non arriva mai e ci spero fino a notte. Quando la padrona se ne ricorda, prima di andare a letto mi porta un panino secco, duro come il marmo e mi diverto con quello, ma è che ho così fame che lo finisco in un attimo e dopo un minuto ho di nuovo fame.
La mia infanzia e gioventù da umana è stata un po' così, la mia matrigna tra i tanti difetti non sapeva neppure cucinare qualcosa di decente e a ore pasti mi aspettava un bel mappazzone. Anche in quanto a igiene nel luogo dove vivevo, ero abituata a appartamenti stallieri, con pelosi di polvere che si rincorrevano a ogni riscontro, o rimaneva statici sotto ai mobili. Ho vissuto da selvaggia.
Mi ha aiutato la vita precedente canina. 
Ho sempre avuto rapporti strani con i gatti, che mi piacciono sicuro,  mi ci avvicino con una certa diffidenza, li accarezzo, ma non li ho mai capiti completamente. Sono troppo evoluti. Noi (io e il mio avo cane) siamo più basici. I gatti sono come i maschi, evoluzione a parte.
Sono cane in una frequenza e donna in un'altra.
Non mi sento divisa, anzi al contrario le due frequenze si completano. Penso a quel cane di una vita precedente, ma forse posteriore perché il tempo è una convenzione umana, i cani, gli animali non umani non la conoscono o se la conoscono la rifiutano. Il tempo è un gran tiranno di dice, ed è vero. Noi umani siamo sempre alla ricerca di fermarlo, il cane lo ha fermato già a prescindere visto che vive sul momento, nel qui e ora. Chiedete a un umano di vivere allo stesso modo, impazzisce, cerca i ricordi più dolorosi, si masturba col passato, avere dei rimpianti è così godereccio!
Da cane quale sono su questa frequenza no, non ho queste vostre strane attitudini, per me godereccio è un osso da mordicchiare, rimpianti non ne conosco, non so cosa significhino. Ma anche di un sacco di altre cose non capisco il significato, il ricordo per esempio, non è così chiaro e tangibile. Se mi hanno picchiato non ricordo né come né dove. Mi rimane in mente solo il gesto, l'intenzione, ma non la lego al passato, se c'è è nel mio presente, nell'attimo fuggente.
Amo ricordare la mia vita canina, il mio passato, ma se fossi in questo momento nell'altra dimensione non mi verrebbe nemmeno in mente di fare un pensiero al passato, non so cosa è il passato, probabile che non sia il presente.
Ah caro umano
Ah caro cane
Due entità distinte, che attraversano un piccolo brandello di vita insieme, l'uno coll'ansia del domani, l'altro con la felicità nelle piccole cose. Chi sta meglio?
L'uno con la paura della morte, tanto da non farne mai cenno e rifuggire il pensiero, anche con una toccatina ai testicoli, o facendo le corna con le dita delle mani. L'altro gioioso dell'oggi, perché avrà sempre delle splendide sorprese, dovrà occuparsi dell'umano se ne possiede uno. Perché è lui che lo possiede, il proprietario è lui, quello con gli occhi grandi, le zampe con polpastrelli da urlo, coda eretta e scodinzolante, petto in fuori, grandi corse, tenui respiri, forti sospiri e un solo desiderio rendere felice chi gli è accanto, proteggerlo, ingaggiarlo, giocarci,
Un cane lo sono stato di sicuro, ho pisciato su muri e pneumatici con grande soddisfazione. Ho fatto di tutto per riempire di allegria un umano. ma soprattutto sono riuscito a scrollarmi spesso ogni volta che qualcosa andava scossa via, lontana. 
Quando ti ho addormentato amore, tu già sapevi che viaggio avresti intrapreso e ti sei abbandonata. Hai mollato tutto, nessun attaccamento. Una enorme saggezza, un grande amore per te per me e per quello che siamo state e che saremo. Perché nulla finisce, tutto continua, si trasforma, cade e si rialza, 
Nella mia precedente vita sono un cane. E tale resto, anche adesso. Scodinzolo, faccio una puzza. annuso dove hai pisciato e ci ripiscio sopra.








domenica 17 ottobre 2021

Il Super-stite di Eleonora Satta

Oggi voglio parlare dell'Altro Cane, il superstite, il dimenticato, quello che ti guarda con timidezza, perché non sa mai se adesso è il suo momento.
L'Altro Cane è stato vittima per nove anni della figura onnipresente di Lei quella che non c'è più, colei che è partita per il ViaggioSenzaRitorno, che la porterà alle pendici del Ponte.
Nove anni di soprusi, di guerre intestine, riguardo ciotole, spazi, acqua, cibo, momento giusto per giocare, momento giusto per dormire, momento giusto per farsi accarezzare.
No, non si sono amati, ma sopportati. Nessuno al posto loro sarebbe stato capace di non uccidere l'altro!
Quei due invece hanno retto, perché c'era uno scopo preciso, un'allenaza innata, una direzione comune: aiutare l'umano.
In tutti questi nove anni l'animale umano si è barcamenato fra l'uno e l'altra.
Confondendosi spesso, perché Lei con le sue ,malattie prendeva tutto lo spazio possibile: in casa anche fisicamente  Abbiamo dovuto restringere gli spazi, perché Lei non si perdesse.. Abbiamo dovuto stendere tappeti ovunque per ogni caduta da ictus, ischemie o sincopi. In questi casi andava giù come un sacco di patate. 
Ogni caduta è stato uno sguardo di terrore e consapevolezza da parte di Lui. 
Sempre nella sua cuccia immobile, Lui: osservava, intuiva, cercava sempre, in tutti i modi, di distrarre e rasserenare l'animale umano.
Quando Lei era ancora giovane, 6 anni circa, nonostante i suoi malanni, Lui e l'umano hanno fatto di tutto insieme: ogni fine settimana era  pieno di tutte le cose che lo facevano impazzire dalla gioia.
Lei osservava distante, protestava, ma alla fine la sua profonda saggezza la portava a guardarli come se fossero sue creature, perse nello scorrere del tempo, alla ricerca di trattenere ogni minuto per noi e quel NOI era comprensivo di Lei e Lei lo sapeva e ne godeva.

Quando è andata via Lui non ha avuto il coraggio di salutarla per bene.
Ah ecco, ha detto e ha voltato lo sguardo verso il buio, piuttosto di annusare l'immobilità di Lei.
Perché si sa che se siamo stati così tanto nemici poi alla fine in quel momento dove Lei parte e Lui resta, la mancanza si percepisce e Lui l'ha cercata per diversi giorni. Ci aspettavamo che prima o poi sarebbe ricomparsa dal nulla. Come una magia. Magari ringhiando, lo faceva spesso se non le tornava qualcosa, se un comportamento non era consono alle sue regole.

Adesso al pomeriggio dorme nella cuccia di Lei , la notte nel letto umano , sempre con quella sua discrezione e pudore di Angelo. Sì Lui lo è, Lei è stata un Guru, un Maestro, un Sensei,.
Lui un Angelo caduto dal cielo, per aiutare l'umano a sopportare tutto il dilaniamento. 
La presenza continua, tuttavia timida, il suo essere sempre pronto a trascinare nelle sue avventure di annusamenti, di rincorse, di rivalse con altri cani, di amicizie e gioco, salvano l'umano dal baratro. Lo afferra per i capelli e tira-tira-tira, fino a farlo uscire dai profondi meandri della mancanza di Lei. Lo fa senza chiedere. Lo fa senza un lamento. Lo fa e basta. E' quello per cui è predestinato e lo sa.
E la certezza che dimostra, la sicurezza che sfodera è un balsamo per le ferite di questo momento. Perché alla fine è solo un momento, un attimo se confrontato con quello che è stato vissuto in tutti questi anni.
Amore puro e senza condizioni, ecco cos'è.
Non ce n'è: loro lo sanno meglio di noi.
Riescono a esprimerlo con una purezza e semplicità per noi sconosciute . Neanche con un figlio, un marito, un amico. Questo stadio è troppo oltre per l'umano.

Oltre le convenzioni, oltre gli interessi, oltre tutto quello che è materiale, oltre la vita, oltre la morte.

Sì, Altro Cane, sei una scoperta ogni giorno che passa, senza contare tutti quelli già andati. E quelli che verranno.
Saremo il bastone della nostra vecchiaia, ci aiuteremo a vicenda, te lo giuro.
Lei è la mia Guida Celeste, tu sei le ali per il Paradiso.

Ti voglio bene Vasco e credimi: più bella cosa non c'è, più bella cosa di te.




lunedì 4 ottobre 2021

Un saluto di Eleonora Satta

 
Che poi alle 7 suona la sveglia e come tutti i giorni inizia il nostro tran-tran intimo, fatto di carezze lievi come respiri, medicine pappe pisolini, colpi di tosse che tolgono l’aria e la speranza di qualche tempo in più, le  goccie nel piattino leccate con desiderio. Queste preziose goccioline ti hanno allungato la vita di quattro anni, namasté. Dopo un’ora potrai mangiare. Preparo le ciotole e mi guardi, ovunque tu sia mi fissi perché misuri ogni mio gesto, fino all’ultimo per decidere di alzarti, perché ogni fatica a questo punto va giocata come si deve, finalizzata allo scopo.
Difficile che tu rida, tuttavia sei stata allegra e serena fino all’ultimo, passandomi sotto le gambe per farti grattare il sedere, quasi tutte le mattine, correndo, giusto poche falcate dietro ai gatti che rimarranno il tuo unico scopo nella vita a parte amare me fino in fondo.
E mia amato fino in fondo, lo so perché quando è arrivato il momento, mentre ti accarezzavo il muso e le ciglia d’oro hai fatto un tuo versino come di accettazione, un versino piccolo, un gracchiare di gola.
Non si poteva più andare avanti, amore mio. La fine è arrivata di soppiatto e ci ha prese in contropiede.

Lo spazio è immenso, questa casa sembra enorme e i rumori non ci sono più, primo fra tutti il ticchettio delle unghie sul pavimento, i colpi di tosse, i movimenti strani alla ricerca nella stanza di qualcosa che sapevi solo te.
I tuoi occhi del buongiorno, il tuo sguardo nel nulla aveva un preciso significato e scopo. La tua presenza in ogni dove mi spostassi. Quante volte non ti ho visto e mi hai fatto lo sgambetto.
Manca il tuo ringhio  ogni volta che dovevi fare qualcosa che non ti andava a genio.
Tutto cambia e questo cambiamento è radicale, parte dalle viscere, sei dentro di me, ma non posso più accarezzarti, devo trovare altre modalità e sono solo un povero piccolo essere umano ignorante che ha bisogno di ascoltare il tuo abbaio verso i vicini antipatici o una macchina che non è la mia che passa e va. Averti accanto quando si passeggia e dirti Dai dai dai dai, andiamo che è stato il ritornello di questi ultimi giorni, dove riuscivi a muoverti poco e con sofferenza.
Ieri al supermecato ti esortavo col Dai dai dai, eri lì con me, adesso ti lasciano entrare anche al supermercato. 

Il Vuoto. Il mio Sensei mi ha sempre parlato dell’importanza del Vuoto. Le Vide! Il Vuoto è una rigenerazione, un galleggiamento dove tutti i muscoli si rilassano. L’immagine che vedo per il Vuoto è fare il morto in mezzo all’oceano, lasciandosi dondolare dalle onde.
Mi lascerò andare allora, e saremo insieme a farlo,
l’abbiamo fatto insieme l'altra sera: insieme ci siamo buttate nel vuoto della morte, tenendoci mano nella zampa e con l'altra mano mi tappavo il naso. Via giù verso l'ignoto. Ho fatto solo un pezzo di strada con te, poi ho dovuto lasciarti continuare da sola. Chissà dove sei adesso! Una parte è qui la sento, vicina, inamovibile nel mio cuore e nella mia mente.
Galleggi in una nuova dimensione a me sconosciuta, dove prima o poi ci ritroveremo, tendo la mano e sento il tuo corpicino, il tuo pelo morbido e dorato, lo è stato fino all’ultimo così soffice.
Che la terra ti sia lieve piccola mia, mai avrei voluto scrivere questa pagina pur sapendo che a un certo punto mi sarebbe toccato.

Lola, Lolita, Passerotta, Highlander, Lololoni, Paperona, 5 novembre 2005 – 3 ottobre 2021 e così sia.



mercoledì 29 settembre 2021

Irina di Eleonora Satta

 

Era lì, in cucina, come tutte le sere (e le mattine) puliva verdure, erano lessate al piatto per fare sì che non si spappolassero totalmente. Lei le mondava, le spezzettava, le divideva in porzioni da quattrocento grammi, confezionandole in piccoli box trasparenti di plastica dal coperchio fucsia.

Le mani umidicce, verdi di clorofilla, odori forti e pungenti sotto al suo naso, dal contenitore della spazzatura messo lì sul tavolo per facilitare la pulitura.
Rifletteva, Irina.
Una giornata pesante, piena di input negativi. Irina aveva cercato in ogni modo di vedere il bicchiere mezzo pieno, ma stavolta proprio non le era riuscito, se quello era il suo bicchiere era in uno stato! Aveva il fondo pieno di buchi. Uno scolapasta, più che un bicchiere
Gli input negativi andavano avanti da un bel po’. Non le davano pace, non si riusciva mai a firmare un armistizio, quando credeva di averlo siglato due secondi dopo accadeva qualcosa, che ne so, acqua bollente rovesciata addosso, storta alla caviglia, bolletta del gas con conguaglio, arrivo del vicino antipatico dopo mesi che non veniva a controllare il suo rudere.
Lo so sembrano sciocchezze ma messe insieme all’isolamento, alla mancanza di soldi, agli anni che incalzano, diventavano un fardello insopportabile, un elefante da portare in braccio in salita mentre piove e c’è il terremoto, in pratica.
Quindi mentre era lì con le verdure fra le mani, che era un po’ come vedere la sua vita totalmente smembrata, iniziò a pensare chi cavolo o cosa cavolo le aveva fatto decidere di scegliere quel percorso là. Perché sì, era dell’idea che le persone scelgono dove, come e con chi vogliono essere messe al mondo.
Irina aveva scelto un sentiero stretto, in salita, con il burrone di lato, quello destro quello che le dava vertigine, arrivava in cima a una montagna fredda e imperturbabile, dove sul cocuzzolo abitava un mostro gigantesco e cannibale. Ecco, questa la sua scelta. Sì il bicchiere era bucato e lei era una scriteriata senza cervello per avere scelto ciò che stava vivendo.
Allora che c’era di strano se le venivano in mente solo pensieri suicidi? Vedeva la morte come la fine di tutte le sofferenze, come un’isola di pace in mezzo al mare in tempesta.
Ci vuole coraggio o è un atto di codardia? Irina era sicura che ci volesse molto coraggio per decidere di mettere fine alla vita, perché si andava contro tutto ciò per il quale siamo programmati. Istinto di sopravvivenza viene chiamato. O istinto di resistenza? O istinto masochistico?
Iniziò a ragionare sui vari metodi suicidi, cercava di scartare i più cruenti, fantasticando su quelli più soft, pillole, gas, gettarsi in acque gelide. Quest’ultimo non era male, si ghiaccia tutto e muori in modo delicato, senza troppe sofferenze, dopo pochi secondi. Certo è che devi stare immobile. Se ti muovi produci calore e hai meno chance di farla finita.
Sentiva i commenti di chi avrebbe potuto ascoltarla in un pensiero di questo genere:
Ma cosa dici? Ma non ti vergogni? Non si fanno questi discorsi! La vita è un dono!
Stereotipi, credenze, banalità.
Decise che avrebbe lasciato qualche lettera a pochi amici, non tanto per spiegare, ma per salutare. Bisogna morire con educazione:

Caro Franco, mi dispiace non averti potuto salutare incontrandoti. Ma se ti avessi raccontato le mie intenzioni avresti fatto di tutto per negarmi questa libertà. Quei libri a cui tenevi te li lascio col cuore.
Franco avrebbe pianto, letto e riletto quelle poche righe, avrebbe accarezzato i libri.

Cara Alice, scusami. Lo so che ci tenevi a essere la mia unica confidente, ma stavolta non è stato possibile. Ho tenuto il segreto con tutti, non solo con te. Quindi non te la prendere. Sii felice! Ti lascio il mio computer con tutto ciò che contiene, che poi sono tutti i nostri ricordi.
Alice avrebbe digitato la password, che solo lei conosceva, e ogni foto le avrebbe strappato un sorriso col nodo alla gola.

Caro Michele, sarai felice, lo so. Non ce la facevi più a sopportarmi e a sopportare tutte le mie sfighe. Ogni volta, cioè tutti i giorni che mi accadeva qualcosa di pessimo, tu eri sempre lì ad ascoltarmi e a cercare di consolarmi. Un lavoro duro e faticoso. Adesso sereno, è finita, puoi rilassarti, ho risolto ogni problema. Come mio ricordo ti lascio i Ching, che ti facevo interpretare, anche se non ci capivi un tubo. Ma le tue profezie erano così ottimistiche che mi tiravano su il morale e ti sono grata di avermi sostenuto con tutte le tue forze.
Michele si sarebbe incazzato, si sarebbe sentito frustrato, avrebbe preso un bicchiere e una volta stappato il rum, ne avrebbe bevuto per due.

Irina, a mano a mano che metteva giù questi precisi pensieri si sentiva alleggerita, le sembrava già di essere morta e più moriva e più volava alta senza zavorra.

La morte è la vita, la vita è la morte. Ci si attacca con disperazione a questi quattro respiri in croce, vogliamo resistere a tutti i costi invece di abbandonarci, di lasciare, di non stare attaccati come cozze allo scoglio del vivere. Nessuno parla della morte come se fosse una cosa proibita, un tabù, un eremo inavvicinabile, un territorio inviolabile, un luogo vietato. Nessuno ne vuole sentire parlare come di un fatto natrurale, se lo fai vieni schernito, allora sei un depresso, curati!
È solo morte, gente.
Un respiro che si lascia andare e si perde nell’universo, una scarica elettrica che vagherà finché ne avrà desiderio per poi abbattersi al suolo e rigenerarsi in un soffio di vita, un attimo di materiale che termina in un eterno spirituale.
Irina era stanca di tutto questo demonizzare la morte.

Quante verdure aveva pulito? Tante. Quanti piccoli box trasparenti col tappo fucsia aveva riempito? Tanti.

Tutto questo darsi da fare, questo affannarsi a risolvere, capire, cambiare, dare, sognare, rimpiangere. Ma per cosa? Sempre per arrivare in fondo, lì a quel punto dove il cuore non batte più, la testa non pensa, il corpo si riduce in polvere.
Erano stati importanti gli incontri, le parole, i gesti, l’affetto.
Ma alla fine ognuno muore solo e nulla ha più valore.
Quindi la vita è l’autostrada per la morte.
E la morte?

"Sai che è sorte comune: ogni cosa vivente è dovuta alla morte, attraverso natura e eternità. "

Una mosca imbizzarrita, continuava a sbattere nella lampada accesa. Era già autunno, faceva buio prima, l’aria aveva rinfrescato, la mosca lo sentiva: era finito il suo tempo sul pianeta, qualcosa d’altro l’aspettava in qualche luogo diverso da quelli terreni. Per questo era imbizzarrita: non voleva morire. Sentiva di andarsene e non si rassegnava. Nessun essere vivente la accetta. Anche uno dei gatti preferiti di Irina non la voleva subire e piuttosto di morire rimase sveglio per lunghe notti, miagolando disperato, non capiva cosa gli stava accadendo, non riusciva più a tenere sotto controllo le zampe, il respiro, la vista, sbandava continuamente. Poi a un certo punto la morte sopraggiunse di soppiatto e lo prese.
Lui non rimase stupito, anzi a quel punto riuscì ad abbandonarsi, quasi gli svenne fra le braccia, come se avesse sempre avuto solo bisogno di un riposo completo come quello.

La mosca ha fatto lo stesso, fino a che si è lasciata andare fra le braccia della morte.

Nessuno ci può narrare cosa si sente, possiamo raccontare cosa si prova a dare la vita, ma non ricordiamo neanche cosa sentiamo quando si nasce… 

È tutto un mistero, un fatto incontrollabile.
È quello che ci disturba? Il non poterlo tenere d’occhio?
Ecco le verdure erano tutte al loro posto. Anche loro staccate dalle loro radici, avevano smesso di vivere. Un box sull’altro, impilato con ordine nel frigorifero.
Siamo sempre in contatto con la morte, ma non riusciamo a familiarizzarci, ci è sempre accanto, come la nostra ombra, la temiamo perché la intendiamo come fine di tutto. E forse lo è.
Nessuno è mai tornato indietro, quindi…O forse ritornano?

 E poi siamo così teneramente umani, fino al punto che Irina aprì la porta che dava sul giardino, era una serata d’inizio autunno, fresca, colorata d’oro e di rosso, ancora il verde degli alberi, ancora il canto delle rondini e tutto era di una bellezza da fare girare la testa, da ubriacare.

E Irina si ubriacò di tutto quel ben di dio, respirò a fondo, sorrise e disse a voce alta e profonda:
«La vita è un gioco! Andiamo a vedere dove ci porta questa strada, andiamo a vedere dove finirà. Voglio lasciarmi andare, non voglio più controllare, voglio abbandonare l’attaccamento.
In ogni caso voglio vivere fino in fondo. »






domenica 26 settembre 2021

Alieni brucia cervello di Eleonora Satta

 

La prima volta in tutta la sua vita che si trova in una stanza come quella stanza.
Tutto bianco, tutto freddo, a parte la temperatura dell’ambiente, da soffocare.
Dipende dall’emozione che sento? Paura condita con ansia e un senso di profondo disagio? Oppure il termostato veniva bloccato sui quaranta gradi?
Non vuole ammettere a sé stesso che si possono avere delle fragilità. Come tutti.
Il pensiero aumenta l’ansia.
Rumori ovattati e quasi inesistenti a parte ogni tanto il gracchiare di un altoparlante che chiama nomi: «Il dottor Corbelletti in astanteria, grazie.»
«Il dottor Mazinghi al Pronto Soccorso.»
«La dottoressa Lavinda al Triage! Con urgenza!» Tizio vada di qua, Caio si rechi di là.
È il 28 Dicembre 2034. Ho mangiato troppo per le feste? Ma dai, non credo.
Sdraiato su un lettino duro come il marmo e scomodo come quello dei fachiri, inizia a non sentire più il caldo soffocante. Sta nella medesima posizione da ore. La mancanza di movimento fa entrare ghiaccio a cubetti nelle vene e in tutta la circolazione sanguigna. Gli occhi puntati al soffitto, faretti come stalattiti, puntati nelle sue pupille lo accecano, il corpo tenta di rilassarsi e ogni tanto delle piccole cascaggini di sonno allietano lo scorrere del tempo, ma la mente lo obbliga a risvegliarsi subito, con una scarica da 220 volts di paura. Quando si assopisce sogna il via vai al porto. Droni giganteschi che scaricano container, sopra la sua testa.
Disagio totale. Dolore ovunque adesso, all’arrivo aveva male solo al ventre, un terribile male. Ma come cavolo è possibile che una persona come lui si sia ridotta in quelle condizioni?
Sano, yoga, cibo controllato, niente alcool, integratori mattino pomeriggio e sera, le confezioni multicolori, un colore a specialità che garantiscono, nell’ordine: pelle meravigliosa, capelli folti e forti, circolazione senza grassi saturi a intasare le arterie, vista da poter vedere attraverso i muri di cemento, e ulteriore pilloletta per prestazioni sessuali da giovinotto, tutta naturale, eh…niente di chimico, tutto genuino e biologico, marchi famosi, gluten free.
Nonostante ciò, adesso si sente male.
Così male che è nell’unico posto dove non vuole entrare.
Per l’odore che emana, per prima cosa, un odore che fa girare la testa e provoca svenimenti.
Quante volte gli amici lo hanno preso in giro per le sue debolezze: «In famiglia ne soffriamo tutti!» si è sempre difeso così, con frustrazione.
«Si chiama Nosocomefobia» che a pronunciarlo gli si inceppa qualcosa in bocca e nel cervello. Ma fa un figurone con gli ignoranti che lo circondano. Dare significato reale al suo malore da ospedale, sostantivo femminile singolare, altisonante, vocabolario alla mano, diventa una giustificazione e una ragione inconfutabile.
«Buongiorno.» L’infermiera dalla sua posizione sembra ancora più alta, incute soggezione.
«Buongiorno.» Ripete a pappagallo Piero
Va dritta verso un tavolino e raduna con sicurezza poche cose: una cartelletta con penna, lo sfigmometro, il termometro e si appende al collo uno stetofonendoscopio dai riflessi rossi che le dà un tocco di raffinata eleganza. Neanche uno sguardo su Piero. Raccoglie il tutto e va verso il paziente che ha palpitazioni e pressione sopra ai livelli di guardia.
«Allora signor…signor?»
«Bachelozzi Piero»
«Anni?»
«56»
«Peso?»
«75»
Scrive la corazziera, mai un’occhiata al soggetto, il capo chino sulla cartelletta verde ramarro, espressione corrucciata e un forte odore di disinfettante.
«Altezza?»
Sono le misure per la bara?
Da un momento all’altro si aspetta la domanda:
«Che legno preferisce?»
«L’imbottitura?»
Risponde a tutto, per benino. vuole fare il diligente, forse lo trattano meglio con meno distacco, se fa il bravo.
«Dunque è qui per dolori al ventre!» Si volta e lo fissa dritto negli occhi.
La corazziera pare un alieno che con lo sguardo fulminante può perforare il cervello.
Ne parlano le migliori testate giornalistiche. Infiltrati nella popolazione alieni brucia-cervello.
Piero al pensiero ha una specie di mancamento, si sente andare via, sbianca, menomale che è sulla lettiga, cascare in terra non è una buona idea.
La corazziera non nota nulla o se nota qualcosa, fa finta di non notarlo. Vuole spicciarsi è a fine turno, e quello lì che è venuto per un banale mal di pancia, gli sta già sulle balle a prescindere. Finita la visita col sig. Bachelozzi è finito il lavoro di ieri e oggi, e sono 48 ore di astanteria del Pronto Soccorso del Triage dell’Ospedale e non è un alieno ma ci assomiglia molto.
«Cosa ha mangiato ieri sera, signor…?» Ha già dimenticato il nome.
Si infila i guanti di lattice, gli scopre la pancia come fare un trucco da prestigiatore, potrebbe dire “Voilà”, e nessuno avrebbe da protestare, al contrario ci starebbe bene. Inizia a palparlo e a infilare le mani un po’ dappertutto.
«Ba-che-lo-zzi, Signor Bachelozzi, cosa è l’ultima cosa che ha mangiato?»
Affonda le lunghe dita fra costole e fegato.
Gemito immediato di Piero che rimane per un momento senza fiato per poter rispondere pur sforzandosi di farlo subito, per evitare ritorsioni del corazziere e altre manovre dolorose, ma non gli esce neanche un alito dalla bocca e fatica a respirare.
«Le ho fatto COSI’ male?» Il COSI’ lo dice a denti stretti, Bachelozzi le sposta la mano da quel punto e biascica:
«SI’!» Prende fiato: «Mi ha fatto veramente male, e ho mangiato riso bollito, ieri sera.».
Ora è noto a tutti, che gli uomini in generale sono più noiosi delle donne in quanto a dolore, hanno una soglia debole, più bassa della donna. Già per questo motivo stanno sulle palle alla Corazziera. Ti farei rimanere in sala parto e in ostetricia, per farti vedere fino a che punto si può sopportare, invece di lamentarsi a ogni battito d’ali, caro omuncolo senza palle dei miei stivali! Per fortuna la Corazziera professional ha il sopravvento
«Ok, mi scusi, ma devo capire di cosa si tratta per poi decidere in che reparto mandarla e soprattutto da che medico farla visitare.» riprende il contegno, invece di strozzarlo.
«Sissì ho capito, ma questa è la visita medica?»
«Su Signor Piero» nel mentre lo ricopre veloce col lenzuolo di carta che fruscia come se stesse facendo un pacco regalo. «No, questa non è la visita! Adesso se ha un po’ di pazienza, - sono solo sei ore che aspetto! – dice la faccia di Bachelozzi Piero.
«Le chiamo il Dr Chiaroveggi, il gastroenterologo» sparisce dietro la porta a vetri bianco panna, verniciata da massimo una settimana, odore misto a quello di etere e alcol denaturato e brodo della mensa. Nausea senza fine.
Rimane lì.
Quanto tempo? Un’ora? Tutta la notte? Un giorno intero? Non lo sa perché si addormenta e perde ogni cognizione, le dita della Corazziera infilate nel fegato hanno annullato ogni altro dolore e anche la possibilità di ragionare. Così con questa sensazione “benefica” riesce a lasciarsi andare...
 
Lo risveglia, una seconda infermiera, piccola e cicciotta, riccioluta e a differenza della Corazziera, che si muove uso bradipo, veloce nei movimenti, troppo. Un topo di campagna.
Spinge la lettiga come un carrello della spesa in mano a un ragazzino di 15 anni che vuole fare la gimkana tra i banchi dell’Esselunga. Mancano le impennate che non osa fare per pudore.
Un attimo dopo la partenza della gimcana, dall’astanteria sono già in reparto di fronte alla porta dello studio di Chiaroveggi, che in quel momento si trova davanti al pannello luminoso: scruta come ipnotizzato una rx.
«Sig. Bachelini?»
«Bachelozzi»
«Ah scusi Bachelini, vede questa rx ci fa osservare il suo stomaco, ci sono delle strane e sconosciute anse e masse, e sa non vogliamo tirare a indovinare…»
Una carta geografica, insomma. Alture e dislivelli…
«MI chiamo Bachelozzi, forse la RX non è la mia?»
La figura, che dal dietro appare alta, esile e bianca nel camice candido, nel sentire queste poche parole (offensive?), rimane alta, ma si gonfia a dismisura e il bianco camice si trasforma in una cappa lunga e nera minacciosa e svolazzante. Si gira e il volto è arcigno, molte le rughe che contornano un naso aquilino e una bocca fine piccola e semiaperta.
«Sig. Ba-che-lo-zzi, SCHERZO! Vista la sua situazione critica, cerco di alleggerire il peso, lei non può permettersi di fare il puntiglioso, ma soprattutto lo spiritoso KAPISCE?»
«Scusi scusi …» si bagnò le labbra «pensavo che veramente non aveva capito il mio nome, con tutto quello che avete da lavorare, magari, si perde per un momento la memoria, si fa fatica a sentire e da lì per scambiare due rx può bastare un attimo» Balbettio pietoso e vittimistico.
«Quindi lei pensa che io sia sordo e inefficiente?»
Dei vapori solforosi avrebbero potuto uscirgli da sotto le scarpe e Piero non si sarebbe stupito, anzi si domanda come mai non riesce a vederli.
L’infermiera-topo che fino a quel punto era rimasta in ombra, si avvicina alla lettiga e quasi di nascosto da un pizzico nella coscia di Piero: «Via via, dottore, Bachelini (e rise) è molto che aspetta di poterla incontrare per sentire il suo parere…è solo un po’ impaziente!»
«BENE! Il mio parere è che dobbiamo fare ancora accertamenti e che il sig. Piero Bachelozzi non può ancora tornarsene a casa, quindi Sig.ra Poletti glielo affido, gli trovi un letto e se ne riparla domani»
 
Bachelozzi viene sistemato nella 402. Quarto piano, di un orrido palazzo alto e grigio, con finestre nerastre incastonate in ordine, ma sporche, sezione di Medicina- Protocollo Accertamenti. A quel punto disperato e depresso. Si rannicchia con le spalle al compagno di stanza, che però vuole assolutamente socializzare.
«Buongiorno! Mi chiamo Ardemio Lupi, finalmente un vicino di letto, mi annoiavo qui da solo. Lei deve essere il Sig. Bachelini Aldo, vero? Me lo ha detto l’infermiera, sa la piccoletta, la topolina. Mi ha detto che è qui per fare delle analisi.»
«Mi chiamo Piero, Bachelozzi Piero, sì sono qui per accertamenti.» Sospira forte, vuole urlare, ma non riesce e risospira e si arrende a tutto.
«Ma che bello anche io devo fare degli accertamenti, chissà che non ce li facciano fare insieme, così ci si tiene compagnia, possiamo incoraggiarci a vicenda, che gran fortuna!» Piero prova uno sforzo di vomito a tanta goliardia, ma si ricompone e socializza suo malgrado.
«Da quanto tempo è qui Sig. Lupi?»
«15 giorni»
«Ha fatto molte analisi?»
«Neanche una, sto aspettando il mio turno,»
«Neanche una…!?» È la seconda volta in 24 ore che gli manca il terreno sotto i piedi e che la fronte si imperla di sudore gelato come la morte.
«Sa è un periodo di epidemia e a noi ci lasciano per ultimi».
 
 
Per fortuna arriva la cena: due biscotti molli inzuppati nell’umido e un caffelatte pallido sapore di brodo di pollo rancido. Per finire. una mela mezza battuta. Piero è disperato.
 
Oramai sono Aldo, Bachelini Aldo, un’identità segreta? Si sente come uno 007 sfigato in missione nell’Ospedale, per scoprire trame segrete. Il mistero dell’endovena, Risonanza tragica, Vita ai raggi X!
Te la devi vivere così la malattia: da pazzo visionario, sennò è impossibile.
Finalmente dopo 15 giorni esatti dal ricovero, nutrito come un cane al canile, anzi peggio, un cane in un porcile, iniziano a rigirarlo come un calzino. Gli fanno tutto:
Gastroscopia
Rettoscopia
Ecografie
Uretrocistoscopia
Sangue
Urine
Risonanza
Tac, e tic e toc
Un pezzo di groviera ha meno buchi!
In tutto questo Ardemio lo sostiene, lo motiva, lo consola:
«Vai non è nulla, tanto ti addormentano…»
Questa la frase standard, così gli propinano anche delle anestesie assolutamente inutili, visto lo stato di tensione, che invece di addormentarlo, lo lasciano vigile, per cui Piero capisce tutto, ma ha il corpo che non risponde più, una testa umana pensante in un corpo di burattino. Ascolta discorsi terribili di donne squartate per la sperimentazione, di uomini a cui vengono innestati cheap nel cervello. Tutto per renderli indenni alle malattie, ma anche per avere un controllo quotidiano delle loro emozioni. Un film di fantascienza che nessuno ancora aveva girato, ma che adesso non era più film, ma realtà vera quotidiana.
Sul più bello, quando si può scoprire il piano per intero, come uno spot, un’interruzione pubblicitaria, arriva la Corazziera a incoraggiarlo:
«Aldo non faccia il bambino, cosa sarà mai un tubicino nel pisellino, toh ho fatto anche la rima!» Scopre così i 97 denti bianchi della sua boccona.
E pure la Poletti:
«Tiriamo su la manica a questo bel braccino che ora si fa un’endovenina e va tutto a posto. Solo un goccino di morfinalium e poi si sentirà un leone»
Come potesse il Morfinalium farlo sentire un leone, ce lo dovrebbero spiegare: era l’ultimo prodotto in commercio dove un alcaloide proveniente dall’oppio si univa amorevolmente con una benzodiazepina di antica concezione, ma pur sempre valida. Però il risultato finale dopo alcune gocce, o come in questo caso, sparato in vena, più che leone ti sentivi una biscia.
Lo trattano come un beota, come se non capisse la differenza fra Cenerentola e Biancaneve, lui non ce la fa più a reagire: che gli facessero pure di tutto, e in fretta e la sua mente cessasse di essere così libertina e analitica.
VOGLIO ANDARE A CASA, solo questo nella sua mente. Caratteri cubitali al neon.
Il giorno del responso poche ore dopo o forse tante ore dopo, arriva accompagnato dalla visita in corsia del dr. Chiaroveggi contornato da 15 specializzandi femmine, tutte tettone e culone, bisbiglianti, ma Pier-Aldo non sente e non vede null’altro che la faccia a punta del suo aguzzino.
Chiaroveggi ha in mano la solita cartelletta verde ramarro. Si sfila gli occhiali con un gesto plateale e con la stessa mano con cui tiene gli occhiali si gratta i sei capelli bisunti che ha sul cranio, a punta pure quello.
Il bisbiglio si ferma di colpo e lascia al medico lo spazio silenzioso per il proclama dell’anelato responso.
«Non ho buone notizie glielo dico subito. Però il quadro non è dei peggiori. E comunque ce la metteremo tutta per farla tornare a casa sano e felice.» Pausa con sorrisi vari di tettona 1 e tettona 2 che sono quelle al suo fianco, le altre hanno il capo chino per prendere appunti.
Pausa lunga per Pier-Aldo, forse avrebbe dovuto dire: «Mi dica Dottore…» Ma non ha la forza di dire nulla, sbianca, come al solito, ha la nausea come al solito, di sicuro dipende dal cibo orrendo e non da qualche male non identificato.
«Il primo intervento è fra una settimana: - continua il chirurgo - tocca all’intestino, una roba veloce in anestesia loco-regionale, su forza non faccia quel visino spaurito. È tutto a posto, vedrà poi si sentirà un altro»
E senza dire né ai né bai, volta il secco sedere verso la porta e con lui i 15 culoni e sparisce oltre il corridoio.
«Sì okay, va bene, ma che cosa ho?»
«Che domande che fa, Aldo lei si deve fidare di più del suo medico, se dice che va operato, va operato, pensa di saperne più lei?» La Corazziera fa come Chiaroveggi volta l’alto sedere quasi piano attico e se ne va. E con lui la voce in dissolvenza.
«Sussù, poi starà meglio…» La Poletti va dietro alla Corazziera e Chiaroveggi
«Dai, ma di cosa ti preoccupi?» dice Lupi da sotto il casco dell’ossigeno, che ha voluto provare a tutti i costi, mentre per colpa della saturazione azzerata, sviene.
 
Fra una settimana operato, non sa di cosa, non sa dove, non sa perché. L’ansia lo devasta.
Decide di scappare.
Non è difficile: all’ora del passo c’è una gran confusione e il personale ne approfitta per defilarsi a bere un caffè. Lupi sta provando con estremo interesse una flebo di morfina per cui è nel suo mondo. Corazziera ha il giorno libero, Poletti in riunione con l’equipe medica.
Pier deciso va in bagno, quello comune, portandosi dietro i vestiti civili, come un militare in missione segreta, come i Blues Brothers in missione per conto di Dio, come 007 Dalla Russia con amore, si infila i vestiti spiegazzati sul pigiama sgualcito. Con nonchalance prende la direzione dell’ingresso al piano terra. Ascensore, pieno di folla con fiori e regalini vari, poi corridoio fino all’enorme porta a vetri dell’Entrata.
Si scontra nella fretta con una guardia, quelle che all’ingresso misurano la temperatura e indicano il gel:
«LEI?» la Guardia lo blocca e gli fa l’rx virtuale, tanto in voga in quel periodo, soprattutto per recuperare i chip.
«Buongiorno, sì, scusi, ero in visita da un parente alla lontana…»
«Mi favorisca suoi documenti e nome della persona che è andato a trovare»
«Subito.» Fruga nella giacca e tira fuori una stropicciata carta d’identità
«Piero Bachelozzi, bene e da chi è andato?»
«Aldo Bachelini»
«Quarto piano, Medicina generale, adesso può uscire, l’ho cancellata.» Rimette in tasca il mini tablet.
Così come infilarsi una supposta, Piero è libero e respira a pieni polmoni la frizzante aria natalizia, guardingo e ancora per niente tranquillo. Nonostante ciò il cervello riprende la consueta padronanza e sforna pensieri seguiti da un’azione immediata: riesce a recuperare la macchina al parcheggio dell’Ospedale, tappezzata di volantini di vari mercati e offerte, sotto ai tergicristalli. Quindici giorni che l’auto staziona  nel parcheggio fangoso dove gli zingari chiedono la questua se vuoi lasciare l’auto nel territorio che reputano loro. Fa una raccolta sommaria, schiaffa tutto sul sedile posteriore
Li leggerò in un altro momento.
Aldo Bachelini alias Piero cerca in tasca qualche spicciolo per pagare quello che c’è da pagare, è in questo momento che appare la zingara, mole enorme, gonnellone, ingioiellata, tintinnante ad ogni movimento, uscita dal nulla. Ci mancava pure la zingarona che odora di legna bruciata stantia.
Non lo molla fino a che lui non si fa leggere la mano.
Gliela afferra con forza. Stringe il palmo rovesciato con una mano e con l’altra gli fa il solletico seguendo le linee col ditone indice, inanellato, che all’apice ha un’unghia lunga e sudicia come il parcheggio.
«Tu avrai bela aventura, amico. Stai attento a quello di mangiare. Tuta salute se tu vuoli. Tuto dipende sempre da noi. Anche l’ammori può andare lontano. Forse franciose. Sissì meglio tu vai Franza subito. Parti ora.»
Mentre una mano stringe sempre quella di Piero, l’altra che lo solleticava ora mostra il palmo sudicio:
«Sono 50 per parcheggio e regalo sconto lettu manu»
«Cavolo 50?» Protesta, ma subito paga visto che altri due zingari si avvicinano e lo guardano come rottweiler davanti al Bianconiglio, di sbieco, leccandosi i baffi e denti in bella mostra, tutti d’oro.
Entra in fretta in auto e mette in moto la vecchia Maggiolina. Si infila nel traffico confuso intorno all’Ospedale mimetizzandosi come un camaleonte per poi finalmente sfrecciare in Superstrada. Giusto una pausa per fare il pieno.
«Vado in Francia.»
Parla a voce alta, da solo:
«Tanto non mi aspetta nessuno per cena.»
 
«Allons enfant de la Patriiiiiie, le jour de gloire est arrivé!»
Canta a squarciagola, immettendosi nel traffico fino a sparire in mezzo a tante Maggioline come la sua.
La libertà è il nostro dono più grande, ma se non siamo sani, non siamo liberi! È l’ultimo pensiero prima di imboccare l’autostrada, poi accende la radio, scansa due notiziari apocalittici, grida a sé stesso «La vita è bella!» e infila un cd: Thick as a Brick, lo ascolta fino alla noia, fingendosi flautista come Ian Anderson.
ALIENUCCIO BRUCIACERVELLLOOOOOO, PRRRRRRRRR



 
 
 
 
 

lunedì 20 settembre 2021

Le Torri Gemelle di Eleonora Satta

 

Milano è una di quelle città che ami o detesti. Nessuna sfumatura: o così, o cosà.
A Costanza è sempre piaciuta e tutte le volte che arriva alle porte della città e scorge il cartello bianco con le lettere nere “M I L A N O”, ha una forte emozione che parte dallo stomaco e va su verso il cuore. Un’emozione che le crea solo questa città, da sempre. Non dipende da quello che ci ha vissuto o da  ricordi particolari. Questo è l’"effetto Milano" per Costanza: una corrente elettrica che parte dal dentro ed esce fuori attraverso un sorriso di fronte a quel cartello stradala.
 È una mattina soleggiata di settembre, gli alberi del viale dove abita si stanno spogliando creando ai loro piedi un manto di foglie morbide e gialle, che impatta forte col colore della città: il grigio.
«Faranno rumore?», ma sa già la risposta: traffico mattutino e cantieri che iniziano alle 8 in punto a manifestarsi in tutto il loro sguaiato chiasso, non si potrebbe sentire neanche il passaggio di un aereo sulla testa dei tanti pedoni che contribuiscono alla confusione generale.
Una confusione che rende viva la città. Anche la confusione piace a Costanza. Si sente in compagnia!
Ha già chiuso la porta di casa a 4 mandate e pensa al suo ritorno:
«Cosa troverò stasera? Aggressioni? Urla? Di che umore sarà?»
Domande senza risposta almeno per le dodici ore successive, poi si vedrà. C’è un po’ di paura in questo pensiero, di insicurezza.
E intanto spalanca il grande portone di legno che si affaccia sul viale e la conduce fuori, dove tutto in apparenza è sereno, allegro, odore di carburante, odore del panettiere, odore del prestinée che insieme creano miscele pazzesche, alle quali si aggiunge il caffè dei bar.
«Chiusa una porta si apre un portone»

Un vento leggero e fresco si alza, accarezza i suoi pensieri, che se da un lato cercano di essere positivi e gioiosi, dall’altro sono sempre i soliti che vanno in looping da molti anni e la tengono immobile, incagliata ad uno scoglio appuntito. Un malessere generale.

La causa certa è un legame che non funziona che la costringe ad adeguarsi per paura di creare incomprensioni che si accatastano come container al porto, pesanti, inamovibili e uno sull’altro.
In questa gabbia che si è costruita e che si chiama matrimonio, di matrimonio c’è ben poco.
Costanza non è innamorata, ma spaventata e scambia lo spavento per attaccamento. Scambia le parole di lui per consigli e suggerimenti, dettate anche queste dall’amore, ma in realtà sono solo trappole per manipolarla, per possederla, per tirare calci alla sua già incrinata autostima.
È come camminare sulle uova ogni momento della sua vita, è avere terrore di dire una parola fuori luogo dietro l’altra, perché non va mai bene niente di quello che pensa e dice. Lui glielo sottolinea tutte le volte.

LUI ha un profilo narcisista, lei cade nel vittimismo con facilità. Un mix che potrebbe fare esplodere un grattacielo, sbriciolarlo.

Costanza resiste, come se glielo avesse ordinato il medico: «Signora, via, sopporti, cosa le costa? Vedrà che tutto si sistema. Ci vuole solo un po’ di pazienza e poi vedrà…» E intanto le prescrive l’antidepressivo che la farà sentire sempre più assente e robotica.
Adesso è sulla Metro, Linea Gialla. La folla che la riempie le piace, il contatto la fa sentire viva anche se la spingono a destra e manca non importa, c’è il tipo con le cuffiette che tenta di ballare e ogni tanto le da delle sederate, sorridendo. Lei accetta pur di  essere riconosciuta da uno sconosciuto, in quanto sua ballerina di quel momento.
È un’illusa Costanza, ma come lei ce ne sono migliaia, milioni, tante che credono che lui cambierà, che non le mortificherà mai più, che quando farà l’amore finalmente sarà per tutti e due e non solo un atto egoistico e delle volte violento. Povera illusa. Lui non cambierà, cercherà di ridurti al minimo indispensabile, ti coprirà di insulti ogni volta che ha voglia di farlo. Tu sarai sempre più un tappetino, uno scendi letto, uno stuoino. Da lì a farsi pestare è un attimo.

Costanza sa che deve fermare prima questo ingranaggio diabolico e che non c’è nessuna terapia di coppia che possa salvarla e salvare il suo matrimonio. E ci piange, si dispera perché quello è il suo uomo. Ma son solo stupide credenze che chissà da dove le arrivano.

È confusa e stanca. Già alle 8 di mattina. Che pesantezza.
Il mare di gente la trasporta fuori dalla Metro. Ed eccola che entra in un nuovo portone, scalone grigio e finalmente è al lavoro. Per quelle ore appenderà la sua angoscia come fa col cappotto freddo e sgualcito.
Ride con i colleghi, lavora con passione, si sente bene.
E sa benissimo che al di là di quel piccolo paradiso, il macigno che si porta sulle spalle se lo porterà per sempre, perché oramai ci si è abituata, la spaventa solo il pensiero di doverne fare a meno. Il macigno è una sicurezza, un punto fermo.

 Come un nastro che si riavvolge: di nuovo sulla metro. Torna a bomba, a casa.

«Chi cavolo troverò dietro la porta ad aspettarmi? No forse non mi aspetta proprio.»
Verrebbe da chiederle come fa a sopportare tutto questo, ma di sicuro si attaccherebbe a un sacco di scuse che sono lì pronte e che spesso le ha suggerito lui.
Le hanno insegnato che nella coppia si deve essere pazienti e contare fino a mille piuttosto che entrare in discussioni sterili. Lui cerca al contrario di trovare sempre il sistema per imbandirle sto cavolo di discussioni. A lui basta una parola per fargli partire l’embolo. Lei conta anche fino a diecimila.
Le pare di essere un eroe sul fronte pronta sempre al sacrificio. È così che le hanno insegnato: perché un matrimonio duri, ci vuole sa-cri-fi-cio.

Ecco, siamo davanti alla porta di casa, di nuovo, stavolta deve entrare, non sa cosa la aspetta. Trema, ma scaccia subito questa sensazione, si predispone al meglio, trucca il viso con uno splendido sorriso, e lo sguardo diventa amorevole. Ha le borse della spesa pesanti, perché ha comprato ogni tipo di prelibatezza per riuscire a ingolosirlo, per tenerlo buono.

Apre la porta e le luci sono tutte accese, danno quasi fastidio, il corridoio così illuminato pare di essere in questura, all’ospedale, ma non a casa.

Lui c’è.

Un’ ombra dietro la porta a vetri le chiede: «Dove sei stata fino a adesso?» La voce è già aggressiva. Neanche un saluto. Lui sa perfettamente dove è stata e perché fino a questa ora, lo sa, sono oramai dieci anni che lei fa sempre gli stessi orari. Ma ribadirlo, con quel tono è una ginnastica per tenerla sempre col fiato sospeso, sulla corda tesa a cinquanta metri da terra che lei deve attraversare per raggiungere un luogo sicuro, oppure cadere nel vuoto senza rete che la salvi.

Costanza si congela, sa che ha poche probabilità di non cadere nel vuoto, per cui rimane muta e cadaverica, non appoggia neanche le borse della spesa che sono pesanti dalle leccornie comprate per lui. Come di sale. La paura del proseguio di quella conversazione, le riempie gli occhi di lacrime.
Lui, che sa bene come avrebbe reagito, prende la porta e se ne va, sbattendola con forza come se fosse uno schiaffo per Costanza. Ha raggiunto il suo scopo, voleva uscire quella sera, con amici? Con amiche? Andare a fare baldoria? Non si sa, di sicuro non voleva stare con lei e non volendo discutere, questa è stata la soluzione più elementare. La miglior difesa è l’attacco e lui è un maestro in attacchi.

«Per fortuna domani sarà tutto passato…» Costanza si consola così.

Ingoia un sonnifero e mentre fa effetto pensa che la sua vita sarà sempre così, che non cambierà nulla, che lei non ce la farà a cambiare nulla. Si rannicchia come un feto e sguazza nel liquido amniotico gelato. Una culla vuota la sua, ma domani sarà tutto passato. Forse.

La notte lui non rientra, lei dorme a spot, e tutte le volte che apre gli occhi e tocca il posto vuoto accanto, le prende un’ansia incontenibile.
Di giorno, lui non chiama, la tiene in pugno. In castigo come se avesse fatto chissà cosa. La fa sentire in colpa. E Costanza è un fenomeno perché si sente in “colpissima”.
Lei a questo punto è veramente un morto che cammina.

Martedì,  oggi non lavora. Peccato l’avrebbe aiutata.

Si veste ed esce. Si tuffa di nuovo per strada, oggi è in apnea, Milano pare placarsi, meno gente, meno rumore, meno vita. E' anestetizzata.
Squilla il cellulare e lo cerca dentro la borsa come se avesse per le mani una bomba a mano senza la sicura. Ecco mi chiede scusa, lo so che mi ama Ma no non è lui, povera illusa. È Bruno dagli Stati Uniti. Il suo amico del cuore, guai se questa telefonata venisse scoperta.

 «Come stai Constance?»

«Bene, e tu? Che bello sentirti!»

«Anche io avevo proprio desiderio di sentire la mia amica»

«Quando vieni a Milano? Sai che per vedersi devo organizzarmi»

«Ma non hai letto i giornali?»

«No.»

«Le Torri gemelle Constance, due aerei le hanno fatte scoppiare, un sacco di morti, un disastro!»

 Due grattacieli che implodono nella sua testa. Cade tutto, come se intorno una scenografia si sbriciolasse, come se anche dentro di lei andasse tutto in frantumi.

La bomba è scoppiata.

L’11 settembre in apparenza una mattina come le altre, da lì è cambiato tutto.

Anche per Costanza.




 

 

Sogno o son desto di Eleonora Satta

 Stanotte l'ha sognata. in realtà la faccenda ha avuto uno strano svolgimento. Si era svegliata perché doveva andare in bagno e così ha ...